Licenziato perché al mare in malattia. Va reintegrato

L’uomo fa causa e, dopo quasi otto anni, ecco la sentenza del giudice: il dipendente va reintegrato perché il licenziamento non era giustificato. (Credits – Getty Images)

Assente per malattia, ma beccato a fare il bagno al mare. Per questo motivo il dipendente di un’azienda che lavora nel campo delle forniture automobilistiche viene licenziato. Ma l’uomo non ci sta, fa ricorso e il giudice gli dà ragione.

Siamo nel 2010 e l’uomo si infortuna al ginocchio. Si presenta in un ospedale del Salernitano e lì i medici gli diagnosticano una forte distorsione del ginocchio. Vorrebbero ricoverarlo e sottoporlo a degli esami specialistici, ma il dipendente dice che preferisce curarsi a casa e all’azienda chiede di mettersi in malattia. Tutto normale, ma dopo qualche giorno l’uomo decide di finire il periodo di malattia andando al mare.

Una scelta lecita, ma che mette l’azienda sugli attenti. Così l’uomo viene visto prima a passeggiare sul lungomare e, poi, messosi in costume a fare il bagno. Scatta immediatamente la sanzione e l’azienda lo licenzia. L’uomo fa causa e, dopo quasi otto anni, ecco la sentenza del giudice: il dipendente va reintegrato perché il licenziamento non era giustificato. Ma perché?

Perché l’azienda lo aveva licenziato ritenendo che l’uomo avesse ritardato la guarigione per superficialità e faciloneria e che, visto che poteva andare al mare senza problemi, avrebbe potuto benissimo anche lavorare. Il dipendente, invece, forte della parola del suo medico curante, sosteneva che fosse stato proprio lo specialista a suggerirgli di uscire di casa, anche per andare al mare.

E i giudici hanno, inoltre, sottolineato sia che andare in spiaggia non è un attività gravosa come lo è lavorare, sia che l’uomo è stato “moderato nell’attività fisica”, quindi non mettendo a rischio la guarigione. Non solo, perché secondo i giudici la moderata attività al mare avrebbe anche favorito la guarigione. Per questo motivo l’azienda è stata condannata a pagare le spese legali per 5.980 euro (“più accessori”), mentre ha confermato il risarcimento che il dipendente aveva ottenuto fin dal primo grado di giudizio.

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