L'idea dei tamponi gratis non piace a Draghi

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TOPSHOT - Italian Prime Minister Mario Draghi touches his face mask during a press conference with Italy's Justice Minister and Italy's Health Minister (unseen) at the Multifunctional Hall of the Presidency of the Council, in Rome, on July 22, 2021. (Photo by Roberto MONALDO / POOL / AFP) (Photo by ROBERTO MONALDO/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: ROBERTO MONALDO via Getty Images)
TOPSHOT - Italian Prime Minister Mario Draghi touches his face mask during a press conference with Italy's Justice Minister and Italy's Health Minister (unseen) at the Multifunctional Hall of the Presidency of the Council, in Rome, on July 22, 2021. (Photo by Roberto MONALDO / POOL / AFP) (Photo by ROBERTO MONALDO/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: ROBERTO MONALDO via Getty Images)

L’assetto definitivo prenderà forma solo dopo la riunione della cabina di regia con le forze di maggioranza, ma Mario Draghi ha già in mente la traccia per l’estensione del green pass. L’obbligo va esteso a tutti i lavoratori, statali e privati. E i tamponi, una delle tre opzioni per ottenere il certificato verde, non saranno a carico dello Stato. Ci saranno delle eccezioni per andare incontro a chi non si può vaccinare, ma la linea è quella di non caricare il costo dei no vax sulla collettività. Non è solo una questione economica: la gratuità dei tamponi - è il ragionamento che si sta facendo in queste ore a palazzo Chigi - rappresenterebbe un disincentivo alle vaccinazioni e una discontinuità rispetto alle soluzioni già in vigore. Il riferimento è la scuola, dove gli insegnanti che non sono vaccinati devono pagarsi il tampone da soli per ottenere il green pass che dal primo settembre è diventato obbligatorio esibire per fare lezione in aula.

Sono le eccezioni, che vanno individuate con precisione e tradotte in norme, a costituire il lavoro su cui sono concentrati i tecnici di palazzo Chigi. La road map dice che si proverà a portare questo lavoro a compimento giovedì, con la convocazione della cabina di regia seguita dal Consiglio dei ministri chiamato ad approvare il decreto che sancirà l’estensione del green pass. Il condizionale è d’obbligo, ma dopo che ventiquattro ore fa erano trapelate voci di un allungamento dei tempi, fino alla settimana prossima, solo la possibilità che si possa chiudere tutto nelle prossime quarantotto ore è la spia di un tentativo di accelerazione. Certo bisognerà calibrare la traccia di palazzo Chigi sulla posizione di Matteo Salvini, i sindacati e Confindustria dovranno sostanzialmente fare un passo indietro rispetto alla condizione posta al Governo e cioè che sia lo Stato a pagare i tamponi e non le imprese o i lavoratori. Ma una soluzione va individuata, quantomeno una base di partenza su cui ragionare sì, ma senza scadere nella trattativa infinita invece che nello smantellamento dell’impianto abbozzato.

D’altronde non è la prima volta che il premier prende la situazione in mano e stringe quando diventa evidente che una decisione va presa. E con una relativa fretta perché solo l’estensione della certificazione verde può muovere una campagna di vaccinazione che corre sì verso l′80% di immunizzati entro la fine di settembre, ma che prima deve scavallare il rischio di una saturazione. Insomma gli appelli a vaccinarsi e le campagne di sensibilizzazione servono ma non bastano. Quello che serve è il salto dell’obbligo del pass per andare in ufficio o per entrare in fabbrica.

Anche in riferimento alla platea, la direzione è quella di non procedere a una tipizzazione dei lavoratori che dovranno avere il green pass. Vale sia per la distinzione più generale, quella tra i dipendenti pubblici e i lavoratori delle aziende, ma anche per quella che nelle scorse settimane era emersa come un’ipotesi solida e cioè di estendere il green pass ai lavoratori dei luoghi dove gli utenti sono tenuti a esibire il documento e cioè camerieri, baristi, ristoratori, ma anche chi lavora nelle palestre invece che nei cinema. Il modello del green pass unico tra l’altro è auspicato già da una fetta importante del Governo, a iniziare dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta. Servirà anche ad accompagnare il ritorno graduale negli uffici degli statali che ancora lavorano in smart working. Ma le ragioni che spingono a non fare distinzioni tra i lavoratori sono soprattutto tre. La prima è quella più generale di incentivare le vaccinazioni, la seconda è di rendere i luoghi di lavoro ancora più sicuri, la terza è di non generare discriminazioni che possono dare luogo a ricorsi, ancora prima a problemi di ordine costituzionale. Bisognerà anche dettagliare la parte, tutt’altro che secondaria, delle sanzioni per chi non rispetterà l’obbligo. Per gli statali si pensa ad allargare il modello scuola e cioè uno stop al lavoro e allo stipendio dopo cinque giorni di assenza. Più complessa è la partita che riguarda le aziende. Ma prima della decisione finale c’è tempo e spazio per mettere punto il testo definitivo. Si parte dalla traccia, che dice già tante cose.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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