L'idea della virologa: "Vi spiego le vere cause della pandemia"

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Un anno fa l'Italia si preparava a chiudere per un lockdown forzato durato dal 9 marzo al 18 maggio. Un timore per il coronavirus che ad un anno di distanza attanaglia ancora il paese e che, ancora una volta, potrebbe presto portare a nuove chiusure stringenti. Ilaria Capua, virologa e direttrice dell'One Health Center of Excellence, ha fatto il punto della situazione, 365 giorni dopo il primo lockdown, per il Corriere della Sera.

La virologa, finita spesso sotto accusa nel corso della pandemia, ha ribadito: "Se noi non avessimo applicato misure di restrizione il sistema sanitario sarebbe collassato e avremmo avuto un numero di morti fisicamente e logisticamente ingestibile, dai servizi funebri e cimiteriali. Un numero di morti, in tutta Italia, come avvenuto a Bergamo".

"Sono ugualmente convinta che adesso siamo a un momento critico che potrebbe essere il punto di svolta. Siamo ahimè di fronte ad un ceppo virale che ha messo il turbo e quindi ci sorprende per la sua forza contagiosa. E quindi devo dirlo con forza: dobbiamo spostarci il meno possibile" ha sottolineato Ilaria Capua, sposando quelle che dovrebbero essere le nuove misure adottate dal governo dopo l'incontro col Cts.

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L'esperta ha poi fatto un passo indietro al 30 gennaio 2020, quando l'Oms dichiarò lo stato di emergenza pandemica: "Mi sono convinta che il peccato originale di questa pandemia sia stato che all’inizio non ci ha creduto nessuno. I decisori occidentali hanno creduto che il Sars-CoV-2 riguardasse solo la Cina. Arrivato in Italia quasi a sorprenderci (nonostante l’anteprima mondiale dei due casi dei turisti cinesi) molti Paesi europei ci guardavano dicendo che il problema era così grave da noi perché ci era sfuggito di mano. Balzato in Francia e in Germania, protetto da un effetto domino di negazionismo, si è fatto strada fino al Regno Unito che una settimana prima guardava il continente convinto di rimanerne immune".

"Molte persone non riuscivano a immaginarsi vulnerabili di fronte a un virus sconosciuto che tra l’altro stava pure in un altro Paese. Ecco, se più persone avessero compreso la potenziale portata del fenomeno e avessero agito immaginando il worst case scenario forse adesso avremmo i vaccini di cui abbiamo bisogno. Sì, perché se all’inizio del 2020 si fosse iniziato a riconvertire strutture e stabilimenti esistenti (tra cui quelli che producono i miliardi di dosi di vaccini veterinari) oggi avremmo un grosso problema in meno".

E a proposito di vaccini, Capua ha concluso: "C’è qualcosa, però, che possiamo fare adesso nell’unico ambito in cui abbiamo il controllo, per accelerare l’uscita da queste vite compresse come in un blister. Mettere noi il turbo alla somministrazione dei vaccini. Paradossalmente si esegue l’operazione salvavita in un minuto scarso e si riempiono moduli anche per 20 minuti. Ci deve essere un modo procedurale o digitale per ridurre al minimo questa immane perdita di tempo in un momento critico come questo. Non lasciamo le dosi in frigo, non possiamo permettercelo".

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