Liliana Segre insultata sui social. Conte annuncia norme contro il linguaggio d'odio online

"Dobbiamo lavorare tutti insieme per scacciare l'Italia brutta, quella che invia centinaia di messaggi alla senatrice Liliana Segre. Dobbiamo scacciare il linguaggio dell'odio e inviterò tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento per introdurre delle norme per contrastare il linguaggio dell'odio a tutti i livelli, nel dibattito pubblico e nelle comunicazioni via social". Lo ha detto il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo in Campidoglio alla Giornata nazionale del folklore e delle tradizioni popolari.

"È un mio auspicio, non spetta al presidente del Consiglio dettare l'agenda del Parlamento, però mi piacerebbe che tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento valutassero questa possibilità e quali siano le norme più indicate per contrastare le aggressioni verbali che dobbiamo bandire dal nostro consesso sociale e umano", ha affermato ancora Conte conversando con i cronisti al termine della manifestazione. 

Oggi un articolo di Repubblica ha anticipato gli insulti ricevuti via social dalla senatrice a vita Liliana Segre, riprendendo un rapporto dell'Osservatorio sull'antisemitismo. Tra i post rivolti alla senatrice, deportata e sopravvissuta ad Auschwitz, si legge, nell'anticipazione di Repubblica: “Questa (…) ebrea di m. si chiama Liliana Segre, chiedetevi che cazzo a fatto per diventare senatrice a vita stipendiata da noi ed è pro invasione? Hitler non (h)ai fatto bene il tuo mestiere”. La senatrice Segre è nel mirino degli odiatori online dal 19 gennaio 2018,  quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l'ha nominata senatrice a vita. 

I casi di odio razziale sul web, attraverso i social network, come quelli, oggi alla ribalta delle cronache, di cui è destinataria la senatrice a vita Liliana Segre, possono essere puniti in sede penale contestando agli autori, quando questi siano identificabili, il reato di diffamazione, con l'aggravante prevista dalla Legge Mancino. 

Questo, infatti, è l'indirizzo giurisprudenziale che si è sviluppato intorno a tale tema: la diffamazione sussiste anche quando realizzata attraverso mezzi quali Facebook, Twitter, così come sulle pagine di un sito web, e, in episodi in cui si realizzano - o si istigano - la discriminazione e l'odio per motivi religiosi, razziali o etnici, la pena sarà più severa con l'applicazione dell'aggravante.