L'imparagonabile

Alessandro De Angelis
Aldo Moro, Matteo Renzi, Bettino Craxi

Ricordate l’ascesa, la rottamazione, il presentismo puro, il “tutta la vita davanti”, il passato come un ferro vecchio, l’approccio futurista. Ecco, allora mai Renzi, anche solo per scaramanzia, avrebbe citato Aldo Moro o Bettino Craxi, anzi Aldo Moro del discorso sullo scandalo Lockheed e Bettino Craxi sul finanziamento pubblico. Due immagini che evocano un incombente senso di fine: la morte dell’uno che, di lì a poco sarebbe stato rapito dalle Brigate Rosse; l’esilio dell’altro.

E chissà se, nonostante la sicumera nella postura, la mascella volitiva, la camicia bianca, il tono solenne (in un’Aula sonnecchiosa e semivuota) non sia innanzitutto quest’ansia inconscia da fine la vera chiave del discorso di Renzi in Senato. L’inchiesta, il tunnel politico in cui è piombato, il fallimento dell’operazione scissione: nel momento di difficoltà, porsi all’ombra di grandi leader è, in fondo, un modo per sentirsi tale o illudersi di essere tale: anche il ferro vecchio, inteso come un passato da regalare allo sfasciacarrozze, diventa una stampella. Esattamente come il garantismo, non pervenuto ai tempi della presa del potere, riscoperto alla bisogna quando sono iniziati i guai. Giustizialista sulla Cancellieri, senza neanche un avviso di garanzia, su Lupi, sulla Guidi, sacrificati assecondando l’umore prevalente del paese. Garantista su Consip, le vicende personali, l’inchiesta sulla fondazione Open

Adesso, siamo al momento Moro e Craxi. Digitando su Google la parola megalomania, si legge: “Tendenza a presumere esageratamente delle proprie possibilità economiche o intellettuali che si traduce in atteggiamenti o comportamenti di burbanzosa prosopopea”. Diciamo le cose come stanno: nella parabola del renzismo non c’è nulla di grande, neanche una minima traccia di quella una tragica grandezza che ha portato alle dure repliche della storia nei confronti dei leader in questione: né un rapporto controverso con Kissinger, né il conto di...

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