L'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni è finita ma il caso resta aperto

Gian Franco Coppola
·4 minuto per la lettura

AGI - Italia e Egitto, da ieri, hanno deciso di separarsi consensualmente. Nella vicenda legata alla morte di Giulio Regeni, il 28enne ricercatore universitario scomparso al Cairo il 25 gennaio del 2016 e trovato cadavere il 3 febbraio successivo lungo la strada che collega Alessandria alla capitale egiziana, i due Paesi hanno reso noto di voler procedere ciascuno per proprio conto.

In realtà, al di là dei ripetuti appelli alla reciproca collaborazione e alla ricerca comune di una verità giudiziaria, una fattiva unione tra Roma e il Cairo sul tema non c'è mai stata e non certo per mancanza di volontà dei magistrati di piazzale Clodio, i quali, dopo la rogatoria dell'aprile del 2019 rimasta inevasa, hanno annunciato che chiederanno a breve il processo per i cinque 007 della National Security finiti sotto inchiesta per concorso in sequestro di persona grazie al copioso materiale probatorio raccolto in questi anni dal 'pool' di investigatori di Ros e Sco.

Prove che la controparte ha definito insufficienti a sostenere l'accusa in giudizio, mentre sarebbero ben solide - per gli egiziani - quelle che sono state alla base del primo, clamoroso depistaggio, relativo alla banda di criminali comuni uccisi dalla polizia nel marzo del 2016 e ritenuti responsabili del furto di alcuni documenti ed effetti personali riconducibili a diversi stranieri, tra cui Giulio. Alla fine di tutta questa storia chi ci rimetterà di sicuro saranno soltanto Claudio e Paola Regeni, i genitori di Giulio, che probabilmente mai sapranno il vero perché del trattamento riservato al figlio dalle autorità cairote.

Si è detto e scritto della tesi di dottorato sui sindacati al Cairo su cui stava lavorando Regeni dietro input dell'università di Cambridge. Un tema politico assai delicato in Egitto se è vero che verso la fine del 2015 uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, Mohamed Abdallah, segnalò le attività di Regeni alla polizia investigativa.

Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto lo aveva capito anche il ricercatore friulano che al Cairo l'11 dicembre del 2015, in un incontro pubblico e autorizzato sui sindacati indipendenti, lui, unico occidentale presente, venne fotografato da un donna che poi si allontanò. Avrebbe potuto raccontare qualcosa di utile la tutor di Giulio a Cambridge, ma sul punto ha preferito sottrarsi alle autorità italiane. "Rimane per noi un mistero l'atteggiamento della professoressa Maha Abdel Raham che non ha mai collaborato con le indagini e non ha più risposto dopo il primo contatto formale”, aveva evidenziato il pm Sergio Colaiocco quando il 6 febbraio scorso era stato sentito dalla commissione parlamentare d'inchiesta.

Di fatto, il 25 gennaio del 2016, data del quinto anniversario della rivoluzione che portò alla caduta di Mubarak e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani, Regeni venne prelevato da sconosciuti alla metropolitana della stazione Dokki. Poco prima aveva telefonato alla sua ragazza per dirle che sarebbe uscito per andare a trovare un amico. La sua scomparsa parte da quel momento. Inutile aggiungere che anche i filmati a circuito interno delle varie stazioni metro non hanno consentito di acquisire elementi utili alle indagini. 

I processi, semmai dovessero davvero essere celebrati, difficilmente diranno qualcosa in più. La procura generale d'Egitto ha fatto sapere di ritenere "ancora ignoto" l'esecutore materiale dell'omicidio, pur dando incarico "agli inquirenti competenti di intraprendere tutte le misure necessarie  per giungere all'identificazione dei colpevoli". Più complicata, in termini di procedura, appare la situazione per la procura di Roma: fra tre giorni scade il termine dei due anni dall'iscrizione nel registro degli indagati dei 5 ufficiali egiziani.

Fino a oggi le varie proroghe di indagine ai diretti interessati, in assenza dell'elezione di domicilio che il Cairo si è sempre rifiutato di fornire, sono state notificate agli avvocati d'ufficio iscritti all'ordine di Roma. Per la notifica degli atti a chi è indagato all'estero, può essere sufficiente un decreto di irreperibilità, ma il problema si pone quando tutte le carte arriveranno all'attenzione di un gup che, in autonomia, dovrà valutare se i (probabili) imputati hanno avuto o no notizie del procedimento o se tutto quanto svolto dalla procura sino ad oggi è stato fatto a loro insaputa. Senza l'elezione di domicilio, infatti, occorre provare con altri elementi che gli indagati siano stati adeguatamente informati dell'esistenza del procedimento penale.