L'incredibile storia di Giulio Lolli, il truffatore bolognese diventato terrorista in Libia

Gian Franco Coppola

Ha fatto il suo rientro in Italia, attraverso la frontiera aerea di Ciampino, l'imprenditore bolognese di 54 anni Giulio Lolli, detenuto dal 2017 a Tripoli e per un'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Roma per terrorismo internazionale e traffico di armi. Il rimpatrio di Lolli, portato nel carcere di Regina Coeli, è stato organizzato dagli 007 dell'Aise che hanno curato i rapporti con le autorità libiche nelle varie fasi, mentre ad eseguire la misura cautelare sono stati i Carabinieri del Ros.

Le indagini hanno accertato come Lolli sia stato tra i comandanti del cartello islamista denominato Majlis Shura Thuwar Benghazi. Nell'ambito della stessa organizzazione l'imprenditore avrebbe operato sino all'ottobre 2017 quale "Comandante delle forze rivoluzionarie della marina".

Che cosa è Majlis Shura Thuwar Benghazi

Formazione jihadista controllata dall'organizzazione terrorista Ansar Al Sharia (affiliata ad Al Qaeda, sino al suo definitivo scioglimento avvenuto a novembre 2017), molto attiva nel 2017 nella città di Bengasi con base operativa a Misurata, è stata utilizzata da Lolli, latitante in Italia per il fallimento di una società legata a un giro di yacht di lusso, per garantire alle milizie di Bengasi i rifornimenti di armi; approvvigionamenti che, via mare (non essendo sicuro il trasporto via terra), dovevano giungere da Misurata.

Le indagini sull'imprenditore originario di Bertinoro hanno origine da due controlli effettuati in acque internazionali, tra maggio e giugno 2017, al largo della Libia da parte di navi della "Operazione Sophia" durante le quali sono state trovate armi da guerra, inclusi lanciarazzi e mine anticarro.

Il pm del gruppo antiterrorismo, ha così delegato al Ros le indagini da cui è emerso che l'imbarcazione fermata era (sino al suo trasferimento in Libia ormeggiata presso il porto turistico di Rimini) in origine uno yacht registrato in Italia sotto il nome di "Mephisto" poi ridenominato "El Mukhtar". Lolli aveva effettuato analoga operazione in precedenza con un'altra imbarcazione, anche questa proveniente dall'Italia, la "Leon", ridenominata "Buka El Areibi".

Chi indaga è convinto che Lolli, assieme ad altre persone (tre sono indagate) abbia messo a disposizione la propria esperienza marittima, e almeno due mezzi navali fatti venire dall'Italia, nella formazione e organizzazione delle truppe del 'Majlis Shura Thuwar Benghazi'. Su altro fronte investigativo, i Carabinieri del Comando Provinciale di Rimini hanno eseguito nei confronti di Lolli altri due provvedimenti per truffa ed estorsione.

Tra i commercianti e gli uomini d'affari di peso o di una certa esperienza truffati da Lolli, anche come Flavio Carboni (condannato in primo grado nel marzo 2018 a sei anni e mezzo di reclusione per la vicenda della P3). Coinvolto nell'indagine denominata 'Rimini Yacht', Lolli era fuggito alla fine di maggio 2010, quando a seguito di alcuni accertamenti incrociati relativi alle iscrizioni di numerosi yacht, era emerso che grazie ad una società di San Marino, dove operava una sua testa di legno con una serie di prestanome come intestatari, ciascuno yacht (imbarcazioni con valore commerciale che oscillava tra i 300 mila ed i 6,5 milioni di euro), veniva finanziato due o addirittura tre volte, mediante contratti di leasing stipulati con società legate ad istituti bancari italiani e stranieri, per lo più sammarinesi, ai quali venivano sottoposti in sede di compravendita, documenti di conformità falsi, precedentemente estorti con la violenza a una sua ex dipendente che disponeva di una tipografia.

Ben 86 le imbarcazioni oggetto dell'indagine: tutte con due proprietari, qualcuna con tre, alcune totalmente inesistenti e create ad hoc solo sulla carta, per ottenere i finanziamenti. Gli utilizzatori in buona fede delle imbarcazioni vendute dalla Rimini Yacht, nel corso delle indagini, si erano dunque visti sequestrare le costosissime barche, in attesa che il giudice decidesse chi, tra le due o tre finanziarie, fosse il reale proprietario.

A Flavio Carboni lo stesso Lolli faceva utilizzare una lussuosissima Aston Martin acquistata con un contratto di leasing stipulato a San Marino e poi non pagato. L'autovettura fu poi ritrovata dal personale dell'Arma dei Carabinieri, dopo la fuga di Lolli, in stato di abbandono, presso l'aeroporto di Cagliari. Proprio con la barca che lo stesso Flavio Carboni intendeva acquistare, un Bertram 570, Lolli era fuggito prima in Tunisia, quindi a Tripoli.

Nel frattempo il personale dell'Arma di Rimini e della Capitaneria di Porto, recuperavano in giro per l'Italia e all'estero, yacht (Bertram, Aicon, Azimut, Galeon), autovetture (Ferrari, Lamborghini, Maserati), orologi (Cartier, Patek Philippe), vari gioielli, quadri antichi e danaro, per un valore stimabile intorno ai trecento milioni di euro.

Una fuga da film

Una fuga, quella di Lolli, degna di un film d'azione. A Tunisi, dove  godeva dei favori della famiglia del poi deposto presidente Ben Alì, aveva aperto una propria attività di import-export. Individuato grazie al movimento di una grossa somma di denaro dall'Italia verso la Tunisia, gli investigatori riminesi scoprirono che un amico di Lolli si recava periodicamente in un centro commerciale di Forlimpopoli, dove portava all'anziana madre del latitante notizie e pizzini, quindi ripartiva alla volta del Nord Africa, non prima di aver procurato  tutto ciò di cui Lolli aveva bisogno.

A seguito della richiesta di cattura e di estradizione inviata dalla Procura della Repubblica di Rimini alle Autorità tunisine, richiesta giunta proprio all'alba della primavera araba, Lolli, che non poteva più contare sulla protezione della famiglia Ben Alì, venne espulso e cacciato via mare. Con il Bertram 570 fece rotta su Malta, dove venne rifornito di carburante e viveri quindi, poco prima di essere intercettato dalle Motovedette maltesi - attivate sempre da Rimini, tramite  l'Interpol - fece rotta su Tripoli. Qui trovato alloggio nel lussuoso Hotel Rixos, lo stesso che ospitò i giornalisti nei giorni della rivoluzione, vi rimase fino al suo primo arresto, nel gennaio del 2011, quando l'Interpol e le forze dell'allora leader libico Colonnello Gheddafi, riuscirono ad arrestare Lolli.

Ma mentre era detenuto insieme con prigionieri politici, fu liberato dai ribelli ai quali si unì e con i quali, forse, combattè con un nuovo nome e una nuova religione. Si faceva chiamare Giulio Karim Lolli, aveva sposato una donna libica e solo sei anni dopo, nel 2017, fu arrestato dalle forze speciali di Al Rada, la squadra antiterrorismo libica con accuse gravissime.

Dopo due anni di detenzione, la sentenza dell'8 settembre 2019: ergastolo. E, infine, l'estradizione in Italia.