L'inevitabile esito della linea "Zan o morte"

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(Photo: Ivan Romano via Getty Images)
(Photo: Ivan Romano via Getty Images)

Game over, tanto per chiarire. In termini regolamentari, usando un gergo tecnico, a palazzo Madama si è votato sulla cosiddetta “tagliola”, una sorta di “pregiudiziale”. E l’Aula ha stabilito di non procedere al voto sul ddl Zan, articolo per articolo, emendamento per emendamento. Fermato. In teoria, molto in teoria, è possibile ripresentare il provvedimento tra sei mesi, aprile o maggio che sia. Politicamente parlando, finisce qui.

Difficile immaginare che tra sei mesi, eletto il capo dello Stato, con i partiti che hanno la testa alla fine della legislatura, induriti da questo precedente, eccetera eccetera riescano a ripartire dallo stesso testo o da un provvedimento condiviso, in un clima di collaborazione, folgorati sulla via di Damasco dei diritti civili. Dunque, sostanzialmente, siamo di fronte all’affossamento. Forse alla cronaca di una morte annunciata, che si consuma nelle reciproche accuse e recriminazioni.

Difficile, in termini generali, che un provvedimento così divisivo, non solo tra gli schieramenti, ma anche dentro gli schieramenti - dai moderati del centrodestra favorevoli a norme in materia, ma meno ideologiche fino alle perplessità di pezzi del mondo della sinistra su alcuni rilevanti aspetti del ddl Zan legge – potesse passare a colpi di maggioranza, senza un accordo largo a monte. E, sui presupposti di una contrapposizione frontale, è accaduto ciò che, in fondo, era prevedibile. E cioè: la destra ha giocato ad affossare la legge. Il Pd non ha mai tentato, seriamente, la linea del dialogo. Poche considerazioni a caldo.

La prima: è un’occasione persa, per tutti, soprattutto per il paese, perché le esigenze di consenso hanno prevalso sull’esigenza di una seria discussione sui diritti. Discussione che è stata fatta più dagli influencer e dagli opinion maker che in Parlamento. Anche se non fosse stata bloccata dalla tagliola, il ddl Zan, in questo clima, sarebbe stato un Vietnam, tra emendamenti e voti segreti, nell’ambito di un dibattito poco ordinato, fatto di prove di forza e agguati.

Secondo: il problema non ciò che è accaduto oggi, ma “ieri” e “l’altroieri”, quando non si è trovato un modo - eppure un canovaccio possibile sui famosi tre punti controversi poteva esserci - per arrivare in Aula con un accordo, frutto di una discussione di merito più alta del “ritirate la tagliola”, “no, non ritiriamo la tagliola”, che ha avuto come prevedibile conseguenza i franchi tiratori, della cui esistenza erano a conoscenza anche i muri a palazzo Madama, considerati i malumori anche nel Pd e il gioco di Renzi.

Terzo, il Pd, che si è sempre approcciato con una linea che suona così. “Comunque vada sarà un successo perché o passa come è, oppure sventoliamo la nostra bandiera dando la colpa ad altri”. Da Salvini a Renzi, che “vogliono solo tirarla per le lunghe”. E ha rinunciato, in nome dell’intransigenza dei principi, alla ricerca faticosa di un compromesso possibile nelle condizioni date, anteponendo la convinzione dell’altrui pregiudizio che rendeva inutile lo sforzo. Linea discutibile, sia pur secondo la prospettiva di far cadere gli altrui alibi.

Quarto: proprio la linea “Zan o morte”, di fronte alla morte, ha avuto l’impatto più forte proprio nel Pd che, nel dna, ha una vocazione maggioritaria e plurale. E ora subisce lo stress test di una posizione minoritaria perché il mondo democratico è più ampio dei soli fan di Zan e della Cirinnà. Basta leggere le parole di Valeria Fedeli, senatrice, ex ministro, ex dirigente della Cgil di solida cultura riformista, particolarmente aspre verso la linea seguita, chiedendo addirittura le dimissioni della capogruppo al Senato per come è stata condotta la vicenda, dall’inizio fino a ieri. Quando, di fronte alla cautela espressa da alcuni senatori in relazione ai numeri, si è stabilito di andare avanti, nella convinzione di averli o nell’illusione dei poteri taumaturgici di una sconfitta parlamentare.

Ps, che vale per il futuro, a pochi mesi dall’elezione del prossimo capo dello Stato. Qualcuno, come l’ex parlamentare di Articolo 1, Arturo Scotto, vede nel voto di oggi “le prove generali del Quirinale”. Tradotto: un’intesa centrodestra-Renzi. Chissà, forse l’indicazione è un’altra. E cioè che quell’intesa è frutto anche della non ricerca di un’intesa più ampia e dell’arrocco. E però – i numeri dicono che ci sono franchi tiratori anche nel Pd – anche di una tendenza dei parlamentari a non eseguire le decisioni dei partiti. Il che suggerisce maggioranze molto ampie e nomi molto condivisi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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