L'infermiera killer di Saronno condannata a trent'anni

Saronno, 30 anni per l'infermiera killer, a giudizio medico-amante 

Il gup di Busto Arsizio Sara Cipolla ha condannato a trent'anni Laura Taroni, ex infermiera dell'ospedale di Saronno, che per il procuratore Gianluigi Fontana e il pm Maria Cristina Ria, ha ucciso la madre Maria Rita Clerici e il marito Massimo Guerra, insieme all'ex amante Leonardo Cazzaniga, all'epoca medico anestesista e vice primario del pronto soccorso del presidio ospedaliero. La donna è stata assolta con formula piena, invece, per l'omicidio del suocero Luciano Guerra, deceduto dopo il ricovero in ospedale a Saronno.

"La mia assistita era molto prostrata - ha detto l'avvocato dell'infermiera, Monica Alberti - e non riusciva a parlare. Spero che in carcere qualcuno la assista. Adesso attenderemo le motivazioni ma - ha concluso - ricorreremo di certo in Appello".

Leonardo Cazzaniga, medico ed ex direttore del pronto soccorso di Saronno,invece, è stato rinviato a giudizio dal gip per nove morti in corsia e per l'omicidio, in concorso con l'amante, del marito e della madre della donna. Cazzaniga è stato anche rinviato a giudizio per la morte del suocero delll'infermiera. Tutti gli omicidi, secondo l'accusa, sarebbero avvenuti mediante la somministrazione di farmaci utilizzati normalmente per la sedazione profonda.

Il processo per l'ex medico del pronto soccorso si aprirà il prossimo 13 aprile davanti alla Corte d'Assise di Busto Arsizio. Oltre a Cazzaniga, sono stati rinviati a giudizio anche quattro suoi colleghi  dell'ospedale di Saronno, accusati a vario titolo di omessa denuncia, falso ideologico e favoreggiamento nell'ambito della maxi inchiesta per le morti sospette in corsia. Tra loro c'è anche l'ex direttore del Pronto Soccorso Nicola Scoppetta e l'ex direttore sanitario dell'ospedale Paolo Valentini che, insieme ad altri quattro professionisti, secondo l'accusa, avrebbero dovuto vigilare sull'operato di Cazzaniga.

Alcuni infermieri, infatti, avevano segnalato delle anomalie nelle cartelle cliniche firmate dall'anestesista. La commissione interna all'ospedale, istituita proprio per esaminare quei decessi anomali, alla fine aveva deciso di non segnalare il comportamento del vice primario del pronto soccorso  alle autorità.