L'involuzione liberale

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(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

Ventisette anni e mezzo fa (gennaio 1994) Forza Italia nacque perché Silvio Berlusconi non voleva che gli facessero la pelle, e perché a sinistra volevano fargliela. Se la sintesi vi sembra troppo perentoria, perlomeno nella seconda parte, proverò a sostanziarla con un paio di contributi. Primo contributo: Antonio Di Pietro che, nei ricordi di Francesco Saverio Borrelli, era animato da sentimenti da giurista talebano, quando di Berlusconi diceva, nella sua sintassi anarchica, “io a quello lo sfascio”. Secondo contributo: Massimo D’Alema che, raggiunto dalla notizia della discesa in campo, si abbandonò a una personalissima forma di fair play augurandosi, sempre a proposito di Berlusconi, di “vederlo chiedere l’elemosina sui marciapiede” e di “vederlo all’estero” come “ultimo uomo della cupola craxiana”. Forse basta il prologo a spiegare la Seconda Repubblica e il nostro bipolarismo.

Il fallimento dell’una e dell’altro dipendono soprattutto dalla delegittimazione politica: di lì in poi Berlusconi sarebbe stato un usurpatore per circonvenzione di elettore cresciuto all’ombra della mafia e della corruzione, mentre la sinistra era per i berlusconiani inevitabilmente eternamente comunista, mangiatrice di bambini e dedita al sovvertimento per frode della volontà popolare. Su questi presupposti da ridotta contro ridotta, la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi ventisette anni e mezzo fa nasceva malferma. Non vorrei ci si immaginasse una moltitudine persuasa di trasformare l’Italia nel regno di Adam Smith. Alcuni sostenitori di Forza Italia erano orfani del pentapartito (così suona male, diciamo delle tradizioni cristiano democratiche, socialiste, repubblicane e già suona meglio), altri rigidamente anticomunisti, altri ancora erano inorriditi all’idea della presa del potere da parte degli ex comunisti per via giudiziario-giacobina, e non pochissimi si auguravano l’ingresso nel mondo aperto e globalizzato al seguito di una classe dirigente meno statalista, meno assistenzialista, meno consociativa, meno sprofondata nelle dinamiche sepolte di un mondo sepolto sotto i mattoni del Muro, meno pigramente e più consapevolmente europeista. Questa doveva essere la rivoluzione liberale, non tanto di più.

Non se ne vide traccia. Berlusconi ora non se ne ricorda, o trascura, ma attribuiva agli alleati, non soltanto di Alleanza nazionale e della Lega, ma anche ai centristi alla Pierferdinando Casini, ossia i famosi cespugli, il costante sabotaggio delle sue costituenti iniziative liberali. Eppure, a ogni tornata elettorale, riproponeva il suo sogno azzurrino con giardinetto annesso di riduzione delle tasse, di abbattimento della burocrazia, di riforma della giustizia, e niente succedeva, tranne qualche ritocco qua e là buono a dargli respiro davanti all’assalto delle procure, ma senza mezza visione di sistema.

Dunque, senza farla troppo lunga, Berlusconi non voleva che gli facessero la pelle e bene o male c’è riuscito. E la sinistra alla lunga ce l’ha fatta a liberarsene, sebbene ora si ritrovi per avversari due tipacci alla Salvini e alla Meloni, che invece della rivoluzione liberale farebbero volentieri quella illiberale, alla Viktor Orbán. Bell’affare. Intanto, sempre per continuare a salvarsi la pellaccia, Silvione ha messo giù con uno dei due, il leghista, le fondamenta di una nuova alleanza che non sarà di centrodestra ma, come si usa dire, di destracentro, siccome gli anni passano ed è Forza Italia a essersi fatta cespuglio. E però ieri sul Giornale il fondatore ci ha dato dentro di aggettivi per garantire la natura liberale del suo progetto politico e la rivoluzione liberale del suo orizzonte, ancora e ancora, nei secoli dei secoli: sgravare il fisco, piegare la burocrazia, ridisegnare la giustizia, e cioè tutto quello che non ha saputo fare da azionista di maggioranza riuscirà a farlo da azionista di minoranza. E non lo farà da Cavaliere nero, come fu soprannominato, ma insieme col rifondatore col fascismo, com’è un po’ sbrigativamente considerato Salvini.

Tanti auguri ma, mettiamola così, Berlusconi promuove la federazione per garantirsi una serena vecchiaia, i suoi accettano per garantirsi una speranza di sopravvivenza nel Parlamento che verrà, Salvini approva per garantirsi il sorpasso su Giorgia Meloni e la premiership. Tutto comprensibile ma, almeno stavolta, lasciamo perdere la rivoluzione liberale: possiamo tranquillamente riparlarne in una prossima vita.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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