L'irresistibile fascino dei populisti per la segreteria politica

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Quando Ciriaco De Mita compattò segreteria e partito e Francesco Cossiga venne eletto nel 1985 presidente della Repubblica con un roboante 90% dei consensi, in barba alle divisioni, i veleni, i franchi tiratori, i cencellisti che albergavano nella Balena bianca, si presentò davanti a Montecitorio raggiante: “Voi non credevate che la Dc avrebbe saputo dare prova di tanta compattezza”. E quando gli risposero che era la storia del partito a consigliare analisi e previsioni più frastagliate fulminò i cronisti: “Ma la storia cambia”. Erano gli albori di un partito che non ci sarà mai, una Democrazia cristiana che supera le proprie divisioni, che si compatta nelle spartizioni, che marcia come un sol uomo dietro il proprio frontman.

Trentacinque anni dopo sta lentamente, ma nemmeno poi tanto, cambiando anche la storia dei partiti a matrice populista. Lo ha già fatto il Movimento 5 stelle, ci sono fortissime pressioni affinché lo faccia anche la Lega dopo il voto amministrativo: è il grande ritorno delle segreterie politiche, delle camere di compensazione nei movimenti leaderistici, inutili o decisive importa fino a un certo punto, perché sono necessarie a placare le turbolenze interne che il carisma del capo non assorbe o a provare a metterlo sotto controllo, con il corollario che non scontenta mai nessuno di distribuire un po’ di galloni a buon mercato.

E c’è una differenza, certo, tra il Giuseppe Conte che sta per mettere su una squadra di addirittura cinque vicepresidenti, che non si sa mai se i primi quattro fossero indisposti almeno c’è il quinto facente funzioni, e una pletora di organi, organismi e organetti a dimostrazione che ha sì voluto i pieni poteri da Beppe Grillo, ma nella sua magnanimità li distribuirà a tutte le correnti, o almeno darà l’illusione di farlo. E quel Matteo Salvini allergico alle intermediazioni partitiche, che non convoca da quel dì il Consiglio federale e che, se segreteria sarà, proverà a imbrigliarla con i suoi fedelissimi, cedendo qualcosa a chi da dentro lo critica senza avere l’intenzione di cedere un bel nulla.

Massimiliano Panarari, sociologo e docente alla Luiss School of Government osserva che questa irresistibile voglia di segreteria è “l’ennesima conferma di una certa nostalgia della Prima Repubblica”, e che applicata a partiti di ispirazione populista contiene due possibili strade. La prima “è il rischio di commissariamento del leader”, la seconda contiene la “formula per tacitare correnti interne di partiti personali, meccanismo tipico di partiti cesaristici”. C’è qualcosa che non va se modelli i cui capi fanno sostanzialmente quello che gli pare, che scatenano “Bestie” o “bestioline” pro domo loro o contro l’avversario di turno arzigogolano il proprio potere in rivoli democristiani, o almeno hanno tutto l’interesse che appaia così. “È un controsenso per qualunque partito di quel tipo”, concorda Panarari, che la spiega così: “È un dato che fa i conti con la fine della spinta propulsiva del proprio populismo, un fenomeno che stanno vivendo tutti, che li spinge a cercare di convertirsi in partiti popolari in senso lato”.

Il declino della curva dei sondaggi c’entra anche con la fase politica, l’era Draghi nella quale i partiti sono di fatto stati commissariati e si agitano nel cercare il titolo di giornale con questa o quella proposta identitaria, molte ricadute nel dibattito di Palazzo, poche o nulle nella vita reale del paese, che fa i conti invece con provvedimenti che vengono elaborati a Palazzo Chigi e con un’agenda minimamente influenzata dalla politica tradizionale. Un meccanismo che logora i populisti della Penisola, e che li trascina, dice Panarari, nella ricerca di una mutazione in “partiti sociali e interclassisti” e “checché ne dica Marco Follini, orgoglioso custode di quella tradizione, porta a un riflesso pavloviano nel guardare alla Dc come modello di riferimento”. E in effetti con accenti diversi sia Conte sia Salvini, tra le molte definizioni di sé stessi hanno utilizzato volentieri anche quella del “popolare”.

Non è un caso che da questo tipo di dinamica sfugga Giorgia Meloni e il suo Fratelli d’Italia. Per lo stare fuori dal governo e dall’appiattimento che naturalmente ne consegue, certo, ma anche perché l’appeal della leader è ancora in espansione, non ha subito quella contrazione che è l’innesco della “segreterizzazione” dei partiti populisti.

Certo poi tra i due, Conte e Salvini, le dinamiche differiscono. Il primo pensa di placare gli appetiti di un partito fortemente diviso in correnti e gruppetti con cinque vice da manuale Cencelli (già si segnalano malumori tra i Di Maio’s) e con un “Consiglio nazionale” che sovrabbonda di posti e posticini da elargire. Il secondo rischia di subire il tentativo di museruola da parte dei grandi vecchi del Nord, da Giorgetti a Zaia, fautori di una linea più moderata e governista, in contrapposizione al nuovo che è avanzato nel Carroccio negli ultimi anni, i Borghi e i Bagnai che non desistono a scendere dalle barricate della lotta. “Ma no, le amministrative sono amministrative, non ci saranno ripercussioni politiche, e Giancarlo ha sempre detto quello che pensava, non ha disegni politici” cerca di tranquillizzare Claudio Durigon, rimasto fedelissimo del Capitano, fiutando la tempesta in arrivo. Se segreteria sarà, osserva Panarari, “Salvini proverà a costruirla a propria immagine e somiglianza. Ma se le fibrillazioni crescono si potrebbe trovare costretto a dare un robusto riconoscimento a chi chiede un cambio di linea politica”.

Diverso il discorso per il fu avvocato del popolo: “Conte vuole sostanzialmente costruirsi un proprio staff, dotarsi di figure che lo agevolino nella gestione del partito. Ma nel M5s, che però è fortemente correntizzato, questa scelta può produrre forti fibrillazioni”. Populisti con segreteria potrebbe ben essere il titolo una striscia televisiva di Corrado Guzzanti se non fosse una faccenda tremendamente seria che concerne la fase di difficoltà complessiva del sistema partiti, che si dibattono e si contorcono cercando vie d’uscita future nel passato. Per parafrasare Alberto Sordi, “ma ’ndo vai se la segreteria non ce l’hai?”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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