L'irreversibilità di una decisione

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ROME, ITALY - NOVEMBER 04: Italian President Sergio Mattarella attends the celebrations of the Italian National Unity and Armed Forces Day at Piazza Venezia, on November 4, 2021 in Rome, Italy. Italian National Unity and Armed Forces Day is an Italian national day since 1919 which commemorates the victory in World War I. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - NOVEMBER 04: Italian President Sergio Mattarella attends the celebrations of the Italian National Unity and Armed Forces Day at Piazza Venezia, on November 4, 2021 in Rome, Italy. Italian National Unity and Armed Forces Day is an Italian national day since 1919 which commemorates the victory in World War I. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

Stavolta l’occasione è il ventennale della morte di Giovanni Leone. A proposito di un suo messaggio sulle riforme istituzionali inviato al Parlamento il 15 ottobre del 1975, Sergio Mattarella ricorda la richiesta di introdurre “la non rieleggibilità del presidente della Repubblica, con la conseguente eliminazione del semestre bianco”. E, con questa, siamo a quattro. Repetita iuvant.

Breve riassunto delle puntate precedenti, sempre dallo stesso titolo. Che è, fuor di richiamo storico, l’indisponibilità a un secondo mandato. Nel discorso di fine anno, il lo espresse nell’ambito di una formula che poteva apparire di rito: “Care concittadine e cari concittadini, quello che inizia sarà il mio ultimo anno da presidente della Repubblica”. Poi, a inizio febbraio, ricordando un altro presidente, Antonio Segni. E, in particolare, la proposta, anche in quel caso (e prima di Leone), di inserire in Costituzione la non rieleggibilità del capo dello Stato. Da ultimo, in una scuola elementare, la disse così, senza giri alati: “Il mio è un lavoro impegnativo, ma tra otto mesi il mio incarico termina, potrò riposarmi, sono vecchio”. La verità è che, almeno nel Palazzo, non gli ha creduto nessuno. “Ma come? Ha solo 80 anni, meno di Pertini o Napolitano alla prima elezione…”.

E siamo ad oggi. Di nuovo. Mattarella, a differenza dei citati predecessori, quella proposta di ineleggibilità non l’ha avanzata, ma ne condivide le ragioni di fondo. Di rango costituzionale, innanzitutto. Perché sette anni sono già un tempo congruo e raddoppiarli significa portare ai vertici delle istituzioni una anomalia, che ne snatura il ruolo previsto dal Costituente. E perché, questa la ratio della proposta di ineleggibilità, va eliminato qualunque sospetto, sia pur immotivato, che gli atti di un capo dello Stato siano compiuti al fine della rielezione.

Evidentemente, non fu il caso di Giorgio Napolitano, richiamato dopo gli scatoloni di fronte a una crisi politica che stava tracimando in una crisi istituzionale. E non sarebbe il suo di caso. Ma – è altrettanto evidente – che due eccezioni poi diventano regola. Dunque, alla domanda del perché l’attuale capo dello Stato citi questa proposta dei predecessori, per ribadire la sua indisponibilità al bis, la risposta è: una sincera preoccupazione di snaturare la carica, attraverso una riforma costituzionale di fatto. Alla domanda, invece, sul perché lo ripeta, la risposta è: per sancire l’irreversibilità della scelta. E, al tempo stesso scoraggiare chi, credendola plausibile, può combinare danni seri. E cioè: se l’opinione diventa che, tanto per intenderci, alla ventesima votazione, di fronte alla confusione più totale, Mattarella è disponibile, dopo pellegrinaggio collettivo al Colle, c’è il rischio che qualcuno si metta a lavorare per mandare all’aria 19 giri. Se invece lo spiraglio è chiuso, magari si toglie un fattore di incertezza, almeno uno.

Insomma, fissa un punto, facendo venire meno l’interpretazione che il no è tattico: il famoso “se poi glielo chiedono tutti”. Implicitamente, nel tirarsi fuori dalla mischia, le parole di oggi, che non sono direttamente rivolte a Draghi, rendono però ancora più denso il silenzio del premier, la cui candidatura è squadernata nel dibattito pubblico – non nei retroscena delle perfide iene dattilografe, ma nelle dichiarazioni di autorevoli ministri - senza che il diretto interessato si sia ancora pronunciato. È il segno che l’ipotesi a palazzo Chigi viene coltivata, eccome. In fondo sarebbe facile liquidare la cosa con un “io penso a governare fino al 2023”. Ma Draghi non la dice. Né però, al tempo stesso, può, sin d’ora, dare una sua disponibilità. Immaginate i prossimi due mesi. È chiaro che, finché Draghi sarà in questo limbo, tutta la discussione sul Colle sarà in un limbo. A proposito, Mattarella, come rivela l’Espresso, ha pure firmato proprio oggi il contratto di affitto della sua prossima casa Roma.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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