"Live and let live". Viaggio a Christiania, utopia anarchica nel cuore di Copenhagen

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Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Copenhagen. È autunno, anche se sembra primavera. Le temperature sono alte, per essere i primi di novembre. L’inverno è ancora lontano. Non fa una goccia, ma è comunque una giornata uggiosa sullo stretto di Øresund. I timidi raggi del Sole non riescono a spezzare una coltre di nuvole grigia come il colore del mare, che dal quartiere in cui mi trovo disterà al massimo cinquecento metri. L’unica variabile climatica che insidia la città è il forte vento proveniente dal mare del Nord. È quando soffia che ti ricordi di trovarti in Scandinavia, la terra più a settentrione, e più fredda, del continente europeo.

Christianshavn è il quartiere portuale più a Sud della capitale danese. Letteralmente “La baia del Re Christian”. Cioè Christian IV, il governante più longevo della piccola monarchia situata a nord della Germania. La sua toponomastica rimanda ad una lontana pagina di storia danese, ma al suo interno, Christianshavn, custodisce anche un qualcosa che definire clamoroso è dir poco. Una storia molto più recente di quella del vecchio Re Christian. Una storia fatta di libertà, anarchia e droga libera.

Velkommen til Christiania, si legge su un vecchio arco di legno sotto il quale necessariamente si passa per poter accedere al quartiere più incredibile d’Europa. Tutto attorno, Copenhagen spicca per la sua organizzazione, le piste ciclabili che costeggiano ogni strada della città, la precisione e la disciplina dei danesi, popolo a metà tra i tedeschi e gli scandinavi. La rigidità danese sembra però scomparire non appena passo sotto l’arcata. Non appena entro a Christiania.

L'arco in legno che rappresenta il confine tra Christiania e Copenhagen (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
L'arco in legno che rappresenta il confine tra Christiania e Copenhagen (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Città libera – Fristaden in danese – dove vivono più di mille residenti. Sono gli eredi degli squatter – movimento di occupazione di immobili abbandonati nato in Olanda negli anni ’60 – che nel 1971 occuparono questa vecchia area militare dismessa dopo la Seconda Guerra Mondiale, proclamando la propria indipendenza da tutto e tutti. All’inizio, era una banda di hippie che cercava solo un posto dove sperimentare ogni genere di sostanza lontano dagli occhi della polizia. Quell’area a Christianshavn, un tempo base navale – camminando per il quartiere ci si accorge del lungo e profondo fossato a protezione della zona – era perfetta, dato che non la bazzicava più nessuno.

Ancora oggi, passato il ‘confine’, ti accorgi subito dell’enorme differenza con la vicina Christianshavn. Lo si vede dall’urbanistica. Nel quartiere ‘Baia del Re Christian’, si staglia un’interminabile schiera di case alte, in mattoncini, tipici della capitale danese. Invece, nella Fristaden, baracche separate e indipendenti, senza una specifica planimetria cittadina. Ma soprattutto, c’è un odore diverso. Un intenso aroma di spinello che riempie le narici di chiunque si incammini su Pusher Street. Sì, avete capito bene. La principale strada che attraversa Christiania si chiama così perché è dominata dai commercianti – alle nostre latitudini diremmo spacciatori – di hashish e marijuana.

Un container lungo Pusher Street (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
Un container lungo Pusher Street (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Essendo una comunità di hippie anarchici, come prevedibile, la legalizzazione delle droghe leggere è stata uno dei primi atti. O meglio: l’abolizione del divieto di venderle. Perché in una comunità libera, dove non c’è alcuna forma di Stato, non si può parlare effettivamente di ‘legalizzazione’. E non è un dettaglio da poco. Perché a Christiania, senza uno Stato che ne organizzi il commercio, dominano le mafie dell’immigrazione nordafricana (Marocco, Algeria ecc.) giunta negli ultimi anni in Danimarca. Non a caso, appena tiro fuori la fotocamera, sento subito un “Hey man, no photo here”. Vengo fermato da un ragazzo, una sentinella, che mi vieta tassativamente di scattare foto nella via dello spaccio.

Attraversando Pusher Street, che è l’area più urbana, ricca di bar e negozietti – dal sapore un po’ turistico – si arriva nel countryside del quartiere. “Christiania non è solo droga libera”. Me lo conferma Anita. Una simpatica signora di quasi settant’anni che incrocio mentre va in bici per le strade ricoperte di foglie del lungo-fossato. “Sono un giornalista italiano, sto cercando degli abitanti del posto per rispondere ad alcune domande”.

“Io vivo qui dal 1985, posso rispondere a tutte le tue curiosità. Ma raggiungimi a piedi in bottega, ci sono due clienti che mi aspettano e sto andando di fretta, con la bici faccio prima”. Anita va di fretta perché anche in anarchia le persone devono lavorare. E lei fa la pittrice. “Vendo le mie opere sia qui che nel resto della Danimarca” mi dice seduta nella sua bottega, vicino ad una vecchia stufa a legno che sembra essere lì dai tempi di Christian IV. La luce del fuoco mette in risalto l’argento dei suoi lunghi capelli lisci. “Mi sono trasferita qui perché condivido i valori dei cristianiti. Amo vivere e lavorare in comunione con gli altri. Nel resto della città c’è troppo individualismo, troppa rigidità”. Quando chiedo ad Anita che cos’è Christiania, la prima cosa che mi dice è cosa non è. “Non ho pregiudizi contro le droghe. Il problema è che hanno rovinato la reputazione della nostra comunità”.

La zona rurale di Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
La zona rurale di Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Christiania, infatti, è dominata da un conflitto latente. Quello che vede contrapposti da un lato gli spacciatori nordafricani di Pusher Street – con il loro mercato a cielo aperto di droghe leggere – e i cristianiti stessi. Che, come noto, non sono contrari all’uso delle droghe, ma ci tengono a sottolineare ad HuffPost che Christiania è molto di più. “Contro la mafia di Pusher Street non possiamo fare nulla. Noi non abbiamo una polizia o un esercito. Siamo pacifisti. L’unica cosa che possiamo sperare è che le droghe vengano legalizzate in tutta la Danimarca. Così da colpire gli interessi criminali che ci sono dietro”. E liberare Christiania dalla morsa delle mafie locali.

I turisti interessati a comprare hashish e marijuana libera arrivano fino a qui da tutta Europa. Ma Christiania in realtà nasceva come capitale dell’anarchismo internazionale, sull’onda lunga dei movimenti del ’68. Gli squatter che giunsero qui nel 1971 avevano una specie di santone. Capelli bianchi dalla chioma voluminosa, barba lunga, anche quella bianca, una sorta di Babbo Natale in salsa hippie. Jacob Ludvigsen sembrava – è morto nel 2017 – uno strano mix tra Karl Marx e Beppe Grillo. In realtà era un giornalista danese che dal suo piccolo foglio anarchico – la Hovedbladete, ancora oggi in stampa a Christiania – proclamò l’indipendenza della Città Libera, cinquant’anni fa.

Jacob Ludvigsen (Photo: Immagine gentilmente concessa dalla Città Libera di Christiania)
Jacob Ludvigsen (Photo: Immagine gentilmente concessa dalla Città Libera di Christiania)

Ma indipendenza da cosa? “Dallo stile di vita rigido della civiltà occidentale” dice, ad Huffington Post, Magnus, un veterano di Christiania, dove vive da cinquant’anni tondi tondi, che ci accoglie nella sua casetta, a pochi passi da un imponente faro dismesso. “Vivo qui dalla fondazione, in pratica. E sono rimasto perché questo è l’unico posto al mondo dove non siamo costretti a vivere come ci vuole il consumismo. Abbiamo messo al bando l’individualismo, qui decidiamo tutto in comunità”. E infatti, i cristianiti vivono spesso sotto lo stesso tetto, in baracche e case che si sono costruiti nel tempo.

Una riedizione della Comune di Parigi, l’esperienza anarco-insurrezionalista che dominò la capitale francese dopo la caduta dell’imperatore Napoleone III, nel 1871. Quell’epopea, da molti considerata l’apogeo dell’anarchismo in Europa, finì in pochi mesi con la carestia e la morte dei rivoltosi. Un secolo esatto dopo, a Christiania, ci riprovano. E questa volta le cose vanno meglio. Christiania è ancora lì e gode addirittura di un riconoscimento legale da parte del governo danese, sancito da un accordo risalente al 2011. Il territorio della Fristaden, 35 ettari di proprietà delle forze armate, è stato concesso in usufrutto agli oltre mille cristianiti, a condizione che quest’ultimi lo acquistino col tempo per 76 milioni di corone danesi. Poco più di dieci milioni di euro.

“Abbiamo un fondo comune, è una cifra alla nostra portata” mi spiega Allen Hausten, uno dei ‘portavoce’ della comunità. “Nel tuo reportage non chiamarmi rappresentante della comunità, per favore. Dato che non lo sono e qui non ne abbiamo”. A Christiania, mi spiega, non è in vigore l’uno vale uno, che in Italia tanto ci ricorda il Movimento 5 Stelle delle origini. No, qui tutti valgono come uno, come un’unica comunità. E infatti: “Non abbiamo organi di rappresentanza politica” prosegue Hausten. Anche lui con una vistosa barba lunga, talmente bionda da sembrare bianca. Occhi chiari, azzurri. È un tipico danese. “Nel 2011 abbiamo ottenuto la legalizzazione di Christiania. Anche se in origine ci avevano offerto un altro accordo: comprarci la proprietà del quartiere. Ma abbiamo rifiutato perché la proprietà privata è un istituto in cui non ci riconosciamo”.

Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Fuori dall’edificio dove incontro Hausten, una sorta di pubblica amministrazione di Christiania, svetta la bandiera della Fristaden. Campo rosso, con tre sfere gialle. “Non è che ci sia chissà quale significato dietro la nostra bandiera. Le tre sfere sono i tre puntini sulle tre i che si trovano nel nome di Christiania. Facile, no?”. Le regole sono poche, ma ci sono. Niente auto, niente armi, niente inquinamento. “Da quando abbiamo trovato l’accordo con il governo, la polizia può entrare solo per ragioni di ordine pubblico, ma è come se non avessero giurisdizione qui. Siamo praticamente uno Stato indipendente”.

Uno stato particolare, tra l’altro sprovvisto di molti servizi che in Occidente diamo per scontati. “I bambini vengono affidati ad un asilo nei primi anni di vita. Ma poi basta. Non c’è alcuna scuola dell’obbligo. L’educazione viene fatta in casa”. Un’utopia fondata sull’autogoverno democratico. “La gestione amministrativa della città è affidata a rotazione ai cristianiti che sono interessati ad occuparsene. Ogni zona della città, ne abbiamo 14, ha un proprio meeting mensile dove si discute di tutte le questioni della comunità” spiega Hausten, in un inglese perfetto.

Bandiera di Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
Bandiera di Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

“Non ci sono tribunali. Le eventuali divergenze tra gli abitanti, che sono rare, vengono risolte con la ricerca di un accordo consensuale durante le riunioni collettive”. La comunità va avanti grazie ad una cassa comune. Ogni cristianita versa una percentuale variabile del proprio reddito alla ‘pubblica amministrazione’ di Christiania. Con il fondo comune si paga l’usufrutto al ministero della Difesa danese, oltre alle bollette di luce, gas e acqua potabile. “Sì, ma sono le spese essenziali. Da noi non ci sono tasse vere e proprie”.

L’Araucania, il regno gay e lesbo delle isole del mar dei Coralli. Persino l’Isola delle Rose, a 12 miglia nautiche dalla costa romagnola, diventata famosa grazie a Netflix. Negli anni ne abbiamo viste tante di micronazioni. Wikipedia ne elenca una cinquantina. Tutte fallite, come prevedibile. Magari non tutte con la stessa tragica sorte della Comune di Parigi. Utopie – o distopie, fate voi – spesso della durata di pochi giorni, se non poche ore.

La Fristaden di Christiania, invece, dopo mezzo secolo è ancora lì. “Anche se ci siamo istituzionalizzati, il nostro manifesto resta sempre lo stesso” conclude Hausten, dopo avermi accompagnato fino al confine con Christianshavn, al termine della mia gita nella cittadella anarchica. “L’eredità di Ludvigsen è sempre quella. Siamo persone libere. E a Christiania puoi essere libero fino a quando non disturbi la libertà altrui. Live and let live. Christiania è più viva che mai”. E lotta insieme a noi.

Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)
Christiania (Photo: LUCA BIANCO / HUFFPOST ITALIA)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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