Lo scontro aperto tra Elizabeth Warren e i paperoni americani

Nuccia Bianchini

C'è chi dice che è incostituzionale, altri che rallenterà l'economia, altri ancora che non sarà facile da realizzare. La tassa sui ricchi proposta da Elizabeth Warren, la candidata alla Casa Bianca più "radicale" dei Democratici, fa discutere e lascia molti perplessi.

La senatrice dem la sta sponsorizzando con forza perché a suo giudizio i paperoni non pagano abbastanza: vuole tassare con un 2% aggiuntivo gli asset posseduti oltre il valore di 50 milioni di dollari e del 3 % quelli sopra il valore di un miliardo di dollari (ma nelle ultime settimane ha raddoppiato al 6% per pagare il Medicare for All). E riguarda ogni forma di ricchezza, anche yacht, gioielli, e oggetti d'arte, detenuti in Usa o all'estero.

In realtà il tentativo di spremere i ricchi non è una novità. Ma probabilmente la tassa sui ricchi non è mai stata adottata in Usa perché incostituzionale: non la vollero i Padri Fondatori che decretarono espressamente che non si potessero prendere di mira categorie specifiche. Incostituzionale, ma anche depressiva. Perché secondo i primi dati di una proiezione preliminare, la proposta della senatrice rallenterebbe l'economia degli Stati Uniti, riducendo la crescita di 0,2% all'anno nell'arco di un decennio.

Ma è una proposta facile da realizzare?

Quest'ultimo interrogativo riguarda anche l'altra proposta simile, quella di Bernie Sanders, altro senatore democratico in corsa per la nomination, che prevede di raccogliere con le tasse ai ricchi circa 4 trillioni di dollari in 10 anni (500 milioni in più della Warren). Il problema è che non è facile determinare il valore degli asset da tassare.

Non solo: come ha fatto notare il New York Times, se si ha un bravo fiscalista, si può facilmente trovare il modo di ridurre, rimandare o anche non pagare affatto quello che si deve: basta per esempio cambiare la propria residenza (come ha fatto di recente il presidente Donald Trump) se lo Stato in cui risiedi ha cancellato la detrazione che ti interessa.

Se non vuoi pagare l'imposta sulle plusuvalenze, puoi decidere di vendere gli investimenti. Oppure, se hai guadagnato tanto e le tasse si preannunciano salate, basta fare una donazione filantropica per usufruire di agevolazioni fiscali.

Il tema comunque è molto dibattuto nella campagna elettorale per le presidenziali del 2020, già scosse dal procedimento per l'impeachment nei confronti di Trump. Tanto che Warren, per lanciare la sua "wealth tax", ha fatto preparare uno spot - definito "feroce" dal Guardian - che sarà diffuso nelle televisioni Usa a partire da questo weekend e nel quale viene esplicitamente fatto il nome di quattro degli uomini più ricchi d'America.

Nel mirino di Warren l'uomo d'affari Leon Cooperman, l'ex Ceo di Ameritrade Joe Ricketts, l'ex numero uno della Goldman Sachs Lloyd Blankfein e l'investitore Peter Thiel. "È giunto il tempo di una tassa sul benessere", dichiara Warren nel video, aggiungendo di aver "sentito che ci sono alcuni miliardari che non sostengono questo piano". Lo spot mostra poi tra gli altri Cooperman, che ha pagato quasi 5 miliardi di penali per violazioni della legge sull'insider trading.

All'emittente Cnbc, il miliardario non è andato per il sottile, affermando che la senatrice "rappresenta il lato peggiore dei politici, dato che sta cercando di demonizzare le persone benestanti". E Blankfein, in un tweet ha scritto che "il tribalismo è nel suo Dna", riferendosi al fatto che in passato l'esponente democratica aveva sostenuto di avere origini native americane, ossia radici Cherokee.

Surprised to be featured in Sen Warren's campaign ad, given the many severe critics she has out there. Not my candidate, but we align on many issues. Vilification of people as a member of a group may be good for her campaign, not the country. Maybe tribalism is just in her DNA.

— Lloyd Blankfein (@lloydblankfein) November 14, 2019

Anche uno dei suoi probabili avversari nella corsa del 2020, Michael Bloomberg, ha attaccato la proposta Warren, definendola "anti-capitalista". E ancora: Bill Gates ha affermato che ha cominciato "a fare un po' di conti" per vedere quanto dovrebbe pagare in tasse, aggiungendo di aver già dato al fisco oltre 10 miliardi di dollari, mentre Mark Zuckerberg ha definito Warren "una minaccia esistenziale".

La risposta della senatrice è arrivata sui social. "Sto lottando per un'economia e un governo che lavori per tutti noi, non solo per i benestanti e quelli che sono ben connessi". 

Il giudizio del Financial Times

La pensa diversamente il giornale inglese, secondo cui vi sono "altre vie" per far sì che i miliardari "paghino la loro giusta quota": per esempio "aggiustando gli attuali livelli dei guadagni da capitale e le tasse sui dividendi".

Inoltre, il quotidiano ricorda che in passato molti Paesi europei avevano tentato di varare qualcosa di simile alla "wealth tax". Nel 1990, erano dodici le nazioni che disponevano di misure del genere, nel 2017 si sono ridotte a sole quattro, anche perché "i super-ricchi sono stati abili nel portare i propri patrimoni fuori dal Paese".

Ma in sostanza il Financial Times boccia senza appello la 'wealth tax' proposta dalla senatrice del Massachusetts: è vero che "la crescente diseguaglianza necessita una risposta politica", tanto più che "la sensazione dei meno abbienti che i loro redditi stiano stagnando mentre i super-ricchi diventano sempre più ricchi alimenta la rabbia populista e la protesta".

Tuttavia, argomenta l'autorevole quotidiano economico, si tratta di una proposta che "difficilmente passerebbe al vaglio del Congresso, chiunque diventi presidente, e forse è addirittura incostituzionale".

Ma il punto vero, a detta del Financial Times, è che "contrariamente a quello che dicono i politici radicali di sinistra" (come, appunto, Warren), "i miliardari devono esistere. Quelli che si presentano con idee di valore, si prendono i rischi e costruiscono aziende di successo hanno tutto il diritto a godere dei frutti delle proprie fatiche".