Lo stop dei social a Trump "è una svolta epocale"

Alessandro Frau
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AGI - "La domanda che dobbiamo farci è una: perchè ora e non prima?". Facebook e Twitter "hanno visto Trump arrivare al capolinea e gli hanno dato il colpo di grazia, prima non si sono permessi di farlo anche se sono state tante le occasioni in cui potevano intervenire e chiudere il suo account". Walter Quattrociocchi, Professore di Data Science all'Università La Sapienza di Roma, dove coordina il Center for Data Science and Complexity for Society, parla con AGI riflettendo sulle mosse delle piattaforme social nei confronti del presidente degli Stati Uniti uscente.

"C'è questa contraddizione: Facebook e Twitter stanno cercando di adattarsi al nuovo contesto politico, ma la mossa è un po' ingenua perché hanno creato un precedente unico", almeno contro profili "di questa levatura". Ora gli verrà chiesto conto del perché tutte le altre volte questa misura non è stata intrapresa".

Quello che è accaduto, secondo Quattrociocchi, "è una svolta epocale. Hanno deciso di intraprendere un ruolo decisionale in termini politici. Si è manifestato il ruolo di Facebook e Twitter come veicoli d'informazione e di formazione dell'opinione pubblica. Perché se vuoi fermare Trump è perché vuoi fermare l'effetto di Trump sull'opinione pubblica", aggiunge.

"Per quanto cerchino di nascondere la mano che ha tirato il sasso - riflette ancora Quattrociocchi - questo è un precedente che sancisce il loro ruolo in termini di potere sociale". Queste piattaforme "sono in grado di decidere chi parla e chi non parla".

"È chiarissimo che sono intervenute di fronte a questioni d'odio e di incitamento alla violenza, e proprio per questo non si deve parlare di censura" come tanti fanno, "ma è anche vero che hanno esercitato un potere che potrebbe essere quasi definito di tipo editoriale. E non è poco perché di solito queste piattaforme fuggono la normativa editoriale".

Non si parli però di democrazia in pericolo 

"Questa è assolutamente un'esagerazione" sottolinea l'esperto. "Con questo precedente, ad esempio, Facebook si è mostrata per qualcosa di nuovo, non solo una piattaforma, ma neanche una realtà editoriale".

La domanda allora è: "ma Facebook che cos'è? Riflettiamo ancora sulle fake news e il problema della democrazia, ma il dilemma è quello della comunicazione disintermediata, del cambiamento del business model del giornalismo con l'avvento dei social e la polarizzazione creata da queste piattaforme. Il buco nero sta nel fatto che i criteri di applicazione delle normative per quanto riguarda il ciclo dell'informazione non sono affatto chiari".

Quello che si può fare ora è provare a capire cosa può accadere. "I social cercheranno di buttarla in caciara - dice ancora Quattrociocchi - ma il precedente si è creato. È evidente che l'autoregolamentazione che implementano non funziona. C'è bisogno di una co-regolamentazione: ovvero l'ente governativo-istituzionale dice quali sono le cose accettabili e quali no e monitora che queste linee guida siano applicate".

"Il bivio in cui queste realtà stanno è: se sei una piattaforma allora devi sottostare alle leggi del Governo, se non sei una piattaforma sei un editore e allora rientri nella responsabilità dei contenuti. Da qualche parte devi stare".

C'è poi la questione della 'Sezione 230'

Ovvero quelle 26 parole all'interno del Communications Decency Act americano per cui 'nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet puo' essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi'. Una legge che Trump ha sempre minacciato di eliminare e ora un tema che Biden dovrà per forza affrontare.

"Facebook e Twitter hanno chiuso l'account di Trump proprio per paura delle ripercussioni e per il fatto che Biden potrebbe attribuire loro la colpa sia dell'elezione di Trump, ma anche di altre", sostiene Quattrociocchi. "Ci sarà un passaggio normativo che determinerà che cosa sono queste piattaforme".

"Auspico che possa venir fatta chiarezza visto che ora giocano su un'ambiguità: non sono editori ma determinano chi parla e chi non parla, non vogliono la co-regolamentazione e intanto costruiscono business sui dati che non condividono con la scusa della privacy. A questo punto dicano che cosa sono".

E allora Facebook e Twitter sembrano quasi utilizzare Trump per parlare con Biden. "Sì, sembra quasi uno schieramento dell'ultimo minuto che pagheranno caro. L'hanno fatto per convenienza ma non credo che in futuro questa mossa possa essere fatta ancora a cuor leggero".

In più nuove regole stringenti potrebbero non essere una soluzione così efficace. "Ogni meccanismo di controllo del circuito d'informazione non causa una frenata ma solo un cambiamento di piattaforma. Per questo Gab e Parler vanno per la maggiore. Fondamentalmente attraverso l'egida del 'questo è il paradiso del free speech' e quindi 'qui nessuno ti modera' stanno raccogliendo i fuoriusciti da Facebook e Twitter".

Difficile quindi pensare che ci siano politici che possano decidere di uscire da queste piattaforme. "È una speranza vana, la comunicazione disintermediata vince perché è veloce e immediata, possono cambiare il canale e la piattaforma ma questo tipo di comunicazione è preferibile perché rende tutto orizzontale e diretto, è una cosa che avvicina".

"I social più regolamentano e più perdono utenti che vanno su altre piattaforme non altrettanto regolamentate. Quando si dice che le fake news circolano meno non è proprio così. Ora girano su Telegram, su WhatsApp, su Gab. Il circuito non è assolutamente cambiato e soltanto meno visibile".