L'Occidente corteggia Taiwan, Cina sempre più nervosa

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Military helicopters carrying tremendous Taiwan flags conduct a flyby rehearsal ahead of National Day celebration, near Taipei 101 , amid escalating tensions between Taipei and Beijing, China, in Taipei, Taiwan 7 October 2021.  (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Military helicopters carrying tremendous Taiwan flags conduct a flyby rehearsal ahead of National Day celebration, near Taipei 101 , amid escalating tensions between Taipei and Beijing, China, in Taipei, Taiwan 7 October 2021. (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Per Pechino, l’unificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese è un obiettivo da raggiungere - con le buone o con le cattive - entro il 2049. Per il presidente cinese Xi Jinping, riprendere la “provincia ribelle” non sarebbe una priorità immediata, se non per il timore che il crescente sostegno statunitense e occidentale possa incoraggiare l’isola a spingere in futuro per l’indipendenza. È questo interesse occidentale per Taiwan – a cui si è accodata, in ritardo, anche l’Europa – a innervosire più di tutto la testa del Dragone.

Proprio oggi il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui si afferma che l’Ue deve approfondire i rapporti con Taiwan e iniziare a lavorare a un accordo di investimento con l’isola, dopo che lo scorso anno un simile accordo Ue-Cina è stato messo da parte. Il Parlamento di Strasburgo, con una maggioranza di 580 voti a favore e 26 contrari (66 gli astenuti), ha approvato la risoluzione non vincolante chiedendo alla Commissione europea di “avviare urgentemente una valutazione d’impatto, una consultazione pubblica e un’indagine di scopo su un accordo bilaterale di investimento”. I legislatori hanno anche chiesto che l’ufficio commerciale del blocco nella città di Taipei venga ribattezzato ufficio dell’Unione europea a Taiwan, in effetti aggiornando la missione anche se né l’Ue né i suoi Stati membri hanno relazioni diplomatiche formali con Taiwan, che la Cina rivendica come proprio territorio.

L’Ue ha aggiunto Taiwan alla sua lista di partner commerciali ammissibili per un accordo di investimento nel 2015, ma da allora non ha avuto colloqui con l’isola sulla questione, sebbene Taipei City sia desiderosa di raggiungere un accordo. Nel testo gli eurodeputati esprimono anche “grave preoccupazione per la continua belligeranza militare, pressioni, esercitazioni di assalto, violazioni dello spazio aereo e campagne di disinformazione della Cina contro Taiwan”.
Il Parlamento insiste sul fatto che qualsiasi cambiamento nelle relazioni tra Cina e Taiwan non deve essere unilaterale né contro la volontà dei cittadini taiwanesi. Inoltre, ricorda chiaramente il legame diretto tra la prosperità europea e la sicurezza asiatica e le conseguenze per l’Europa se un conflitto dovesse espandersi al di là delle questioni economiche. La risposta, furente, di Pechino non si è fatta attendere: “La risoluzione adottata dal Parlamento europeo viola gravemente le norme fondamentali delle relazioni internazionali e il principio dell’unica Cina”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo la “ferma condanna e opposizione” della Cina.

È un dato di fatto che le relazioni più strette di Taiwan con gli Stati Uniti abbiano rafforzato l’isola sulla scena mondiale. Sotto l’amministrazione Trump, nel 2020, Taiwan ha accolto alcuni dei suoi visitatori statunitensi di più alto profilo da decenni e, con frustrazione di Pechino, l’amministrazione Biden non ha invertito questa tendenza. Ad oggi, Taiwan ha relazioni diplomatiche complete con solo con una quindicina di Paesi (e gli Stati Uniti non sono tra questi), ma è evidente come la Repubblica di Cina – questo il suo nome ufficiale – sia sempre più al centro di un confronto geopolitico ed economico tra superpotenze, in cui l’UE cerca di inserirsi.

Nell’ultimo anno la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato le incursioni aeree e navali nello spazio taiwanese, e gli Stati Uniti – con il patto Aukus per la fornitura all’Australia di sottomarini a propulsione nucleare - hanno mostrato di non voler restare a guardare. Il livello di tensione, oggi, è il peggiore degli ultimi quarant’anni. Il motivo è che, rispetto al passato, Pechino è molto più preoccupata degli effetti di un sostegno americano – diretto o indiretto – alla causa dell’indipendenza di Taiwan, come spiega ad HuffPost Bonnie Glaser, direttrice del Programma Asia del German Marshall Fund of the United States.

“La situazione nello Stretto è stata abbastanza pericolosa anche nel 2007, durante l’era Chen Shui-bian, perché Taiwan stava intraprendendo azioni a favore dell’indipendenza”, ricorda Glaser. “A quel tempo, tuttavia, la Cina non aveva la capacità militare di invadere Taiwan, e gli Stati Uniti condividevano le preoccupazioni di Pechino e criticavano il presidente Chen. La chiara posizione degli Stati Uniti di non sostenere l’indipendenza di Taiwan ha contribuito a disinnescare la crisi”.

Oggi la situazione è radicalmente diversa. “L’Esercito Popolare di Liberazione ha capacità militari molto maggiori; quanto agli Stati Uniti, continuano a non sostenere l’indipendenza di Taiwan, ma stanno rafforzando i legami con Taipei: Pechino teme che la politica ‘una sola Cina’ di Washington si stia svuotando e che gli Stati Uniti possano eventualmente sostenere l’indipendenza di Taiwan”.

Al momento Taiwan non sta perseguendo l’indipendenza, sottolinea ancora Glaser. “La sua attuale presidente, Tsai Ing-wen, è molto prudente e non persegue politiche provocatorie, ma - come Chen Shui-bian prima di lei - non accetta che Taiwan e la Cina facciano parte dello stesso Paese. Credo che a preoccupare la Cina sia soprattutto la politica degli Stati Uniti: il timore è che il crescente sostegno americano a Taiwan possa incoraggiare l’isola a spingere per l’indipendenza in futuro”.

Il punto è che Taiwan, con la sua posizione strategica lungo la rotta commerciale più importante del mondo e la sua eccellenza nel settore dei semiconduttori, è uno snodo cruciale dove si giocano i futuri equilibri globali. Per Pechino, riprendere il controllo di Taiwan significherebbe non solo dotarsi di uno scudo a protezione della parte meridionale della Repubblica Popolare Cinese, il cuore pulsante dell’economia, ma anche avere una piattaforma verso gli oceani – una condizione necessaria, ma non sufficiente, per diventare una potenza marittima. Per gli Usa, si tratta di una prospettiva allarmante, come dimostra la crescente presenza americana nel Mar Cinese Meridionale, il più caldo e il più conteso dell’Indo-Pacifico.

Accanto agli aspetti economici e militari, c’è il discorso valoriale, con gli Stati Uniti che insistono sulla necessità di un “Indo-Pacifico libero e aperto”, inconciliabile con il progetto cinese di una Taiwan ricondotta alla madrepatria. “Taiwan gode di un vivace sistema democratico con tutele per i diritti civili e politici in netto contrasto con il controllo autoritario e repressivo del Partito Comunista Cinese sul suo popolo”, sottolinea Angeli Datt, senior research analyst per la Cina, Hong Kong e Taiwan presso Freedom House. “Il PCC considera il percorso di successo di Taiwan dalla dittatura a una democrazia libera e aperta come una minaccia esistenziale per il partito. In quanto tale, il PCC usa tattiche come la censura, la disinformazione e l’interferenza politica per cercare di seminare discordia nel sistema democratico di Taiwan. I Paesi democratici di tutto il mondo dovrebbero parlare a sostegno delle conquiste democratiche di Taiwan per aiutare a difendere la democrazia a livello globale”.

È proprio questo lo scenario più temuto a Pechino, quello di un sostegno sempre più aperto del cosiddetto asse delle democrazie alla causa indipendentista di Taiwan. Sebbene in ritardo, e con un ruolo minore, nella partita c’entriamo anche noi: il ministro degli Esteri taiwanese, Joseph Wu, ha ricevuto un invito dall’Alleanza interparlamentare sulla Cina (Inter-Parliamentary Alliance on China) a una conferenza che si terrà a Roma il 29 ottobre. L’Alleanza interparlamentare si presenta come “un gruppo internazionale di legislatori che lavora per riformare il modo in cui i Paesi democratici si avvicinano alla Cina”. “Gli Stati democratici – si legge nella dichiarazione d’intenti - devono mantenere l’integrità dei loro sistemi politici e cercare attivamente di preservare un mercato di idee libero da distorsioni. Un ordine internazionale libero, aperto e basato su regole che sostiene la dignità umana è creato e mantenuto attraverso l’intenzione. La persistenza di un tale ordine richiede che Paesi che la pensano allo stesso modo partecipino attivamente alla sua governance e applicazione”.

Insomma, se navi da guerra, sottomarini e missili sono sempre più presenti nel Mar Cinese Meridionale, per ora lo scontro avviene su altri piani. “Credo che il rischio di un’invasione cinese su vasta scala di Taiwan nel prossimo decennio sia basso”, afferma Glaser. “I costi di un attacco per la Cina sono alti: l’Esercito Popolare di Liberazione potrebbe fallire, il che danneggerebbe la legittimità del Partito Comunista Cinese e la posizione di Xi Jinping. [Una eventuale invasione] potrebbe portare a una grande guerra con gli Stati Uniti che frenerebbe le ambizioni della Cina di aumentare il proprio potere e raggiungere il ‘ringiovanimento nazionale’. Piuttosto che un preludio a un’invasione, l’aumento dei sorvoli cinesi su Taiwan è un simbolo della frustrazione di Pechino e un promemoria per Taiwan e gli Stati Uniti di non attraversare le ‘linee rosse’ della Cina”. Quelle linee rosse includono una campagna per l’indipendenza formale di Taiwan o la decisione di schierare un gran numero di truppe statunitensi sull’isola. Per ora si tratta solo di cannonate propagandistiche, ma il rischio di “eventi inaspettati” – come li ha chiamati il direttore generale dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale di Taiwan, Chen Ming-tong – resta elevato. E la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Per dirla con Lucio Caracciolo, che a “Taiwan, l’anti-Cina” ha dedicato l’ultimo numero di Limes, “se la Cina si riprende Taiwan, ha vinto la partita con gli Stati Uniti. Se invece gli americani riescono a conservare il loro protettorato di fatto su Taiwan, e magari anche permettere a Taiwan di dichiararsi indipendente senza subire delle conseguenze, ha vinto l’America”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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