L'Occidente lascia l'Afghanistan, parte subito in missione la Cina

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Chinese Foreign Minister Wang Yi (R) chats with guests after the opening ceremony of the Lanting Forum in Beijing on June 25, 2021. (Photo by Jade GAO / AFP) (Photo by JADE GAO/AFP via Getty Images) (Photo: JADE GAO via Getty Images)
Chinese Foreign Minister Wang Yi (R) chats with guests after the opening ceremony of the Lanting Forum in Beijing on June 25, 2021. (Photo by Jade GAO / AFP) (Photo by JADE GAO/AFP via Getty Images) (Photo: JADE GAO via Getty Images)

Ha tutta l’aria di una “strategia di guerra”, in tempo di pace, quella portata avanti dalla Cina in Afghanistan, il “giorno dopo” la ritirata militare americana. Pechino vuole partecipare alla ricostruzione afgana con i talebani e rivendica un ruolo da protagonista nel “paese dei barbuti”. Da quando Washington ha annunciato il ritiro delle truppe, infatti, il futuro dell’Afghanistan è al centro della politica estera del Dragone.

Da qualche tempo, la questione afgana si è fatta sempre più strada nei pensieri e nei programmi futuri della diplomazia pechinese, almeno da quando i talebani hanno preso il controllo della provincia di Badakhshan, al confine con la Cina. Senza contare la volontà, da tempo manifesta, di includere il paese nel grande progetto della “Belt and Road Initiative” - la Nuova Via della Seta – con voci insistenti che si riconcorrono negli ultimi giorni, circa una possibile estensione del corridoio Cina-Pakistan in territorio afgano. Pechino, insomma, starebbe puntando a ricostruire le infrastrutture devastate dalla guerra, in stretta collaborazione con i talebani, veicolando gli ingenti fondi stanziati allo scopo attraverso il Pakistan.

La strategia di Pechino è tutta “in attacco”. E non sarebbe un mistero - almeno dando retta ad alcune fonti credibili provenienti dal governo indiano - che ormai la Cina sarebbe convinta della sostanziale incapacità dell’attuale governo, capeggiato dal premier Ghani, di mantenere il controllo del Paese. Si tratta, del resto, di andare a colmare un vuoto politico e militare lasciato dall’America, e al tempo stesso riaffermare con decisione la nuova leadership che Pechino pretende di avere negli assetti e negli equilibri geopolitici internazionali, e particolarmente dell’area del Sudest asiatico. Una fetta di Mondo in cui la nuova superpotenza asiatica ha sempre rivendicato – anche storicamente – una sorta di “diritto di esclusiva”: e l’influenza di Pechino in Myanmar rappresenta l’esempio più eclatante di questa strategia di controllo, attraverso i finanziamenti e le influenze politico-militari strategiche.

Lo scorso fine settimana gli Stati Uniti hanno abbandonato la base aerea di Bagram, palcoscenico di lunga data per le operazioni militari nel paese, ponendo effettivamente fine alla guerra più lunga d’America.

Le forze governative afghane, non più sostenute dalle truppe Nato guidate dagli Stati Uniti, hanno mostrato segni di cedimento, con i soldati che hanno abbandonato le loro postazioni e spesso hanno dovuto ritirarsi, a volte nei paesi vicini come il Tagikistan, mentre il Pentagono afferma che il ritiro delle forze statunitensi è ormai completo al 90%.

Cogliendo al volo questa e altre opportunità – e non ultimo il 70mo anniversario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche con il Pakistan - il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha subito espresso la necessità di “difendere insieme la pace” attraverso il dialogo, annunciando la sua partecipazione alla prossima riunione dei ministri degli esteri del Gruppo di contatto SCO-Afghanistan e alla conferenza internazionale “Asia centrale e meridionale: connettività regionale. Sfide e opportunità”, oltre a una sua visita ufficiale nell’area tra il 12 e il 16 luglio prossimi, quando sarà in Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan su invito dei ministri degli esteri dei tre paesi.

La mossa ha suscitato l’immediata reazione dei talebani i quali, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, in un inedito sfoggio di realpolitik, avrebbero messo da parte le vecchie ostilità con il regime cinese, da tempo direttamente nel mirino del radicalismo islamico per la repressione delle minoranze musulmane dello Xinjiang e, indirettamente, per quella contro gli islamici Rohingya in Myanmar, faccenda nella quale Pechino avrebbe molte responsabilità. “Ci preoccupiamo dell’oppressione dei musulmani, in Palestina, in Myanmar e in Cina, così come dell’oppressione dei non musulmani in qualsiasi parte del mondo” ha dichiarato il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, da Doha, in Qatar, dove il gruppo ha la sua sede politica “ma non interferiremo negli affari interni della Cina“. Insomma, sembra che gli intolleranti barbuti abbaino deciso di firmare un’alleanza opportunistica con quello che era sempre stato un vecchio nemico. Ma i “barbuti” si son o spinti anche più in là.

Suhail ha definito la Cina “amica gradita” nella ricostruzione dell’Afghanistan ed ha affermato che il suo gruppo accoglie favorevolmente gli investimenti cinesi, garantendo la sicurezza di investitori e lavoratori. In un’intervista telefonica esclusiva a This Week in Asia , ha ricordato che attualmente i talebani controllano l′85 per cento del paese ed ha ripetuto più volte che sono pronti a garantire la sicurezza degli investitori e dei lavoratori cinesi se dovessero tornare. “Diamo loro il benvenuto” ha insistito il portavoce, “se faranno investimenti, ovviamente garantiamo la loro sicurezza. La loro sicurezza è molto importante per noi”, ha continuato Suhail, che ha anche affermato che i talebani non consentiranno più ai combattenti separatisti uiguri cinesi, alcuni dei quali avevano precedentemente cercato rifugio in Afghanistan, di entrare nel paese, insistendo sul fatto che impediranno anche ad al-Qaeda, o a qualsiasi altro gruppo terrorista, di operare dal territorio afgano. “Abbiamo permesso ad al-Qaeda di rimanere in Afghanistan perché non avevano posto in nessun altro paese” ha ammesso il capo talebano, insistendo sul fatto che ora non ci sarebbero più membri di al-Qaeda in Afghanistan, ricordando anche come, in base all’accordo di pace di Doha, i talebani si erano “impegnati a non consentire” a nessun individuo, gruppo o entità di utilizzare l’Afghanistan per effettuare attacchi contro il Stati Uniti, i suoi alleati o “qualsiasi altro paese del mondo”. “Non consentiremo alcun reclutamento aperto o alcun centro di formazione o raccolta fondi per nessun gruppo in Afghanistan”, ha insistito Suhail. “Se c’è qualcuno che si nasconde e lo troviamo, gli diremo che non può rimanere [..] Questo è il nostro impegno nell’accordo di Doha. Rispettiamo quell’accordo”, ha detto ancora Suhail, riferendosi all’accordo di pace firmato dal gruppo con gli stati Uniti nel febbraio 2020 a Doha, che ha aperto la strada al ritiro militare americano dal Paese.

Per quanto riguarda poi i rapporti con Pechino, Suhail ha anche affermato che, in seguito alla partenza delle truppe statunitensi, si è reso “necessario tenere colloqui” con la Cina, il più grande investitore in Afghanistan. “Siamo stati in Cina molte volte e abbiamo buoni rapporti con loro”, ha detto ancora. “La Cina è un paese amico che accogliamo con favore per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Afghanistan”.

Le parole del portavoce del gruppo radicale acquistano un peso ancora più importante se si considera che esse arrivano mentre i talebani avanzano nelle province settentrionali dell’Afghanistan in seguito al ritiro quasi completo delle truppe statunitensi dal paese, da quando l’America di Bush lo aveva invaso dopo gli attacchi dell′11 settembre 2001 compiuti da al-Qaeda a New York e Washington, sostenendo che i talebani offrivano rifugio al gruppo terroristico. Ora le agenzie di intelligence statunitensi ritengono che il governo di Kabul vada incontro al rischio concreto di crollare entro sei mesi, consentendo ai talebani di tornare al potere 20 anni dopo esserne stati cacciati.

Per le mire economiche espansionistiche di Pechino, il Paese rappresenta una succulenta opportunità. L’Afghanistan ha le più grandi riserve non sfruttate al mondo di rame, carbone, ferro, gas, cobalto, mercurio, oro, litio e torio, per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, e nel 2011 la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha vinto un’offerta di 400 milioni di dollari per perforare tre giacimenti petroliferi per 25 anni, contenenti circa 87 milioni di barili di petrolio. Le aziende cinesi hanno anche ottenuto i diritti per estrarre il rame a Mes Aynak nella provincia di Logar, circa 40 km a sud-est della capitale dell’Afghanistan, Kabul.

Una sida comunque difficile per la Cina, che rischia di entrare in rotta di collisione con la presente situazione di forte instabilità afgana ma più ancora con le asserite - da Pechino - attività di fiancheggiamento di gruppi terroristici Uiguri nel paese. La Cina, infatti, da tempo incolpa un gruppo separatista uiguro, il Movimento islamico per il Turkestan Orientale (ETIM) per alcuni atti terroristici che si sono verificati nell’ irrequieta provincia occidentale dello Xinjiang. Ma mentre alcuni esperti hanno messo in dubbio persino l’esistenza di un gruppo con quel nome (l’anno scorso gli Stati Uniti hanno rimosso l’ETIM dalla lista delle organizzazioni terroristiche, suscitando le ire della Cina), è ampiamente accettato che negli anni ’90 alcuni uiguri hanno lasciato la Cina per l’Afghanistan con l’intenzione di riorganizzare una guerriglia contro il governo centrale di Pechino. L’ultima intesa segreta tra Cina e talebani sulla questione uigura risalirebbe agli incontri a Pechino con il mullah Omar, il defunto leader dei talebani, morto nel 2013

Ora resta da vedere come si evolverà questo inedito “idillio” tra quello che resta di un gruppo terroristico ritenuto internazionalmente responsabile di azioni sanguinose e la nuova potenza cinese, decisa a percorrere qualsiasi strada in chiave anti-americana e purché assicuri benefici all’espansionismo globale perseguito dalla nuova Cina aggressiva e assertiva di Xi Jinping.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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