"Lockdown in aree mirate ma salvare scuola", l'appello dei medici

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No a un lockdown nazionale; sì, e subito, a micro-lockdown nelle province e nei comuni più a rischio delle aree d'Italia oggi classificate come gialle o arancioni, con una strategia di chiusure intermittenti per mantenere gli effetti sul medio-lungo termine. Il tutto "senza sacrificare l'istruzione di bambini e ragazzi", perché la chiusura delle scuole rischia di produrre "effetti devastanti sulla salute psicofisica di bimbi e adolescenti". Dopo la lettera inviata il 2 novembre al Governo e ai membri del Comitato tecnico scientifico (Cts) per l'emergenza coronavirus, in cui proponevano l'idea di lockdown 'pulsati' periodici come arma di convivenza con Covid-19, ora 16 medici e ricercatori tornano ad avanzare le proprie richieste ai decisori politici.

I firmatari invocano "l'applicazione di chiusure non solo su scala regionale, concentrandosi su comuni e province dove i dati sui contagi indicano una situazione epidemiologica in forte crescita e un carico sulle strutture ospedaliere non sostenibile". Secondo gli esperti, infatti, "l'immediata attuazione di micro-lockdown estesi anche alle situazioni più critiche nelle aree gialle e arancioni, sull'esempio delle misure intraprese a Codogno, Vo' e Medicina nello scorso mese di marzo, e di una strategia di medio-lungo periodo con lockdown pulsati di durata intermittente di 1-2 settimane fino alla primavera, porterebbe a una riduzione dei contagi".

Gli autori dell'appello chiedono inoltre "l'interruzione degli spostamenti regionali anche tra regioni gialle; l'obbligo (e non solo la raccomandazione contenuta nell'ultimo Dpcm) al lavoro agile per amministrazioni pubbliche e attività private attuabili a distanza; il divieto di incontri in abitazioni private tra non conviventi, ad eccezione di congiunti, con numero massimo di 6 persone per abitazione; il potenziamento delle capacità di test e tracciamento, con particolare attenzione alle regioni in maggiore difficoltà".

Ma gli esperti insistono soprattutto sulla questione scuola. "La risposta alla crescita dei contagi non può essere la chiusura delle scuole che, come tutti i dati regionali confermano, non rappresentano significativi hotspot dei contagi", afferma Stefano Zona, specialista in Malattie infettive dell'Ausl di Modena.

"In uno studio nazionale effettuato durante il primo lockdown su 2.064 adolescenti di età compresa tra 11 e 19 anni - evidenzia Susanna Esposito, ordinaria di Pediatria all'università di Parma e consulente dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) - abbiamo dimostrato che il 58,5% dichiarava una sensazione di tristezza che si associava a crisi di pianto (nel 31% dei casi) e ad agitazione (nel 48%) come conseguenza della chiusura delle scuole, con il 52,4% dei ragazzi che riferivano disturbi alimentari e il 44,3% che presentavano disturbi del sonno. Inoltre, la chiusura della scuola in presenza determinerebbe un ulteriore aggravamento delle diseguaglianze, con un impatto sociale drammatico soprattutto per le famiglie con persone con disabilità e gravi malattie croniche".

"Le conseguenze della chiusura della scuola sulla salute psicofisica di bambini e adolescenti sarebbero devastanti", avverte Antonella Viola, immunologa dell'università di Padova e direttore dell'Istituto di Ricerca pediatrica della città veneta. "Le misure messe in atto per combattere Covid-19 devono tener conto del loro effetto sulla salute globale, specialmente di quella delle generazioni future", aggiunge.

"La politica deve agire con scelte rapide e razionali - invita Zona - In Italia, nel 2019, 1.137.000 bambini (l'11,4% del totale) vivevano in condizioni di povertà assoluta. Si stima che in conseguenza della pandemia questo dato sia cresciuto di 1 milione di bambini. La chiusura delle scuole avrebbe conseguenze psicologiche, educative e sociali drammatiche, oltre che economiche".

I firmatari dell'appello, oltre a Esposito, Viola e Zona, sono Giacomo Biasucci, direttore Dipartimento Materno-Infantile, ospedale Guglielmo da Saliceto, Piacenza; Fabio Caramelli, Direttore Uoc Terapia intensiva pediatrica, Irccs Policlinico Sant'Orsola, Bologna; Elio Castagnola, direttore Uoc Malattie infettive, Irccs ospedale G. Gaslini, Genova; Carla Colombo, direttore Centro fibrosi cistica, università degli Studi di Milano; Franca Fagioli, direttore Dipartimento Patologia e Cura del bambino Regina Margherita, università di Torino; Giovanni Guaraldi, professore associato di Malattie infettive università di Modena e Reggio Emilia; Anna Maria Magistà, direttore Pediatria di comunità Ravenna Lugo Faenza; Federico Marchetti, direttore Dipartimento Materno-Infantile, Ravenna; Nicola Principi, professore emerito di Pediatria, università degli Studi di Milano; Antonella Squarcia, direttore Uoc Neuropsichiatria infantile Ausl Parma; Agnese Suppiej, direttore Clinica Pediatrica, università di Ferrara; Gianluca Vergine, direttore Uoc Pediatria, ospedale di Rimini; Giorgio Tamburlini, pediatra, Centro per la Salute del bambino onlus.