L'ombrello di Aukus sul sud-est asiatico. E gli Usa vogliono Taiwan all'Onu

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US President Joe Biden participates virtually in the annual ASEAN Summit from the South Court Auditorium of the White House in Washington, DC, on October 26, 2021. (Photo by Nicholas Kamm / AFP) (Photo by NICHOLAS KAMM/AFP via Getty Images) (Photo: NICHOLAS KAMM via Getty Images)
US President Joe Biden participates virtually in the annual ASEAN Summit from the South Court Auditorium of the White House in Washington, DC, on October 26, 2021. (Photo by Nicholas Kamm / AFP) (Photo by NICHOLAS KAMM/AFP via Getty Images) (Photo: NICHOLAS KAMM via Getty Images)

Nuova escalation nella guerra verbale tra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan. L’appello del segretario di Stato americano Antony Blinken ai Paesi membri dell’Onu a sostenere la “robusta e significativa partecipazione di Taiwan nel sistema delle Nazioni Unite” ha fatto infuriare Pechino. Se Washington continuerà a usare “la carta di Taiwan”, andrà incontro a un “effetto dirompente” nelle relazioni bilaterali, è l’avvertimento lanciato dal portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. L’ultimo botta e risposta esaspera la contrapposizione tra Washington e Pechino su Taiwan, con gli Usa che non vogliono rinunciare al loro protettorato de facto e la Cina sempre più nervosa per la crescente rilevanza internazionale di quella che considera una “provincia ribelle”.

L’isola non ha un proprio seggio all’Onu dal 1971, dalla Risoluzione 2758, che riconosce la Repubblica popolare cinese come unico governo legittimo della Cina. “La dichiarazione statunitense – lamenta Pechino - viola gravemente il principio di ‘una sola Cina’ e le disposizioni dei tre comunicati congiunti sino-americani, infrangendo tutti gli impegni presi e le norme fondative delle relazioni internazionali e inviando un segnale fortemente sbagliato alle forze per ‘l’indipendenza di Taiwan’”. E ancora: “Taiwan non ha alcun diritto di partecipare all’Onu”, ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo di Pechino per gli Affari con Taipei, Ma Xiaoguang, in quanto le “Nazioni Unite sono una organizzazione governativa internazionale composta da Stati sovrani”.

Il riferimento è alle parole del segretario Blinken, secondo cui “la significativa partecipazione di Taiwan al sistema delle Nazioni Unite non è una questione politica, ma pragmatica”. Come esempi, il diplomatico americano ha citato l’esclusione di Taiwan dalle riunioni dell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale, nonostante sia un importante hub di transito, e dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonostante abbia messo in campo una risposta efficace alla pandemia di Covid-19. “L’esclusione di Taiwan mina l’importante lavoro dell’Onu e dei suoi organi collegati, che trarrebbero grandi benefici dai suoi contributi”, ha affermato Blinken. “Ecco perché incoraggiamo tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite a unirsi a noi nel sostenere la partecipazione forte e significativa di Taiwan in tutto il sistema delle Nazioni Unite e nella comunità internazionale”.

L’offensiva diplomatica Usa si è intensificata negli ultimi giorni, dopo che il presidente Joe Biden ha assicurato l’impegno americano a “difendere Taiwan” da una eventuale aggressione da parte della Cina. Il Dipartimento di Stato ha comunicato che alti funzionari statunitensi e taiwanesi si sono incontrati virtualmente un paio di giorni fa per discutere dell’espansione della partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite e ad altri gruppi internazionali.

Il pressing per far entrare Taiwan al Palazzo di Vetro si accompagna a quello per estendere l’area di influenza del patto Aukus ai Paesi dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico composta da dieci Paesi (Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia). Al vertice dell’Asia orientale organizzato dall’Asean, tutt’ora in corso, interviene per la prima volta in quattro anni anche il presidente degli Stati Uniti, oltre al premier cinese Li Keqiang e al presidente russo Vladimir Putin. “Gli Stati Uniti - ha promesso Biden - si schiereranno con gli alleati del sud-est asiatico nella difesa della libertà dei mari, della democrazia e dei diritti umani”.

Al summit partecipa – con profitto - anche l’Australia, l’alleato americano letteralmente più agguerrito nella regione, dopo la firma a metà settembre del patto per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare. Dal vertice Canberra porta a casa l’impegno delle nazioni Asean a stabilire una “partnership strategico globale”, un altro segno dell’ambizione australiana di svolgere un ruolo più importante nella regione. Il patto rafforzerebbe ulteriormente i legami diplomatici e di sicurezza dell’Australia in una regione in rapida crescita che è diventata un campo di battaglia strategico tra Stati Uniti e Cina. Sebbene gli obiettivi strategici concreti della partnership non siano stati immediatamente annunciati, il primo ministro Scott Morrison ha promesso che l’Australia lo “sosterrà con sostanza”. “Questa pietra miliare sottolinea l’impegno dell’Australia per il ruolo centrale dell’Asean nell’Indo-Pacifico e posiziona la nostra partnership per il futuro”, ha affermato in una dichiarazione congiunta con la ministra degli Esteri Marise Payne. “L’Australia sostiene una regione pacifica, stabile, resiliente e prospera, con al centro l’Asean”. Canberra ha anche annunciato che investirà 154 milioni di dollari in progetti nel sud-est asiatico su salute ed energia, sicurezza, antiterrorismo, lotta alla criminalità transnazionale, oltre a centinaia di borse di studio.

Anche la Cina – riporta Reuters – si sta dando da fare per mettere a segno un accordo strategico con l’Asean. Il premier Li Keqiang ha incontrato i leader del sud-est asiatico martedì, mentre un vertice speciale con il presidente Xi Jinping è previsto per novembre. Entrambi i blocchi corteggiano un gruppo di Paesi che non ha una visione unanime sul patto Aukus e il suo impatto per la regione. Malesia e Indonesia, in particolare, hanno esplicitato i loro dubbi su un accordo che temono possa alimentare una corsa agli armamenti nell’area.

Di corsa agli armamenti parlano anche i media americani, con le dichiarazioni particolarmente rumorose del generale Mark Milley, capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, a Bloomberg. Il presunto missile ipersonico testato la scorsa estate dalla Cina “si avvicina molto” al lancio in orbita dello Sputnik da parte dell’Unione sovietica nel 1957, ha dichiarato il generale in un’intervista all’emittente televisiva. “Abbiamo assistito a un evento molto significativo, ovvero il test di un sistema d’arma ipersonico. È qualcosa di molto preoccupante”, ha affermato l’ufficiale. “Non so se questo evento possa essere accostato al lancio dello Spuntik, ma credo siamo molto vicini. Ha tutta la nostra attenzione”, ha aggiunto Milley. A metà ottobre il quotidiano britannico Financial Times ha dato notizia di due test su missili ipersonici che la Cina avrebbe lanciato nello spazio la scorsa estate e che sarebbero in grado di trasportare testate nucleari. Milley è l’ufficiale statunitense di più alto grado ad aver commentato finora la notizia. Le sue parole - osserva Bloomberg - riflettono la preoccupazione del Pentagono per la competitività degli Stati Uniti in materia di tecnologia ipersonica, già manifestata ieri dall’amministratore delegato del colosso della difesa Raytheon, Gregory Hayes, secondo cui gli Usa sono “indietro di diversi anni” rispetto alla Cina. Pechino ha negato di aver testato missili ipersonici, affermando invece di aver lanciato la scorsa estate un veicolo spaziale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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