L'omosessualità è libertà umana, non una rivincita del progresso

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(Photo: Nicolò Campo via LightRocket via Getty Images)
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La pretesa di rendere giustiziabile ogni fatto della vita è ormai una malattia sociale. Si accompagna a una miopia che riduce la realtà a un’immagine di soli bianchi e neri. Così anche il suicidio di un diciottenne, insondabile come ogni suicidio, e doppiamente insondabile per le modalità con cui si compie, diventa il pretesto per chiedere giustizia. Giustizia vuole la madre di Orlando, certa che il ragazzo sia stato vittima di bullismo, perché omosessuale, e che i colpevoli ora vadano puniti. Non vedeva il figlio da Natale. Poco prima di gettarsi sotto un treno a Torino, senza lasciare un biglietto, il ragazzo l’ha chiamata, mentre lei era in spiaggia in Sicilia. «Mi ha chiesto dove fossi - racconta la donna alla cronista di Repubblica, Cristina Palazzo -. Quel giorno non volevo tanto andare al mare. Avevo come un presentimento. Ero con i miei migliori amici, una coppia gay. Gli ho detto: Orlando, “sono in una spiaggia di nudisti“, e lui si è messo a ridere. L’ho sentito sereno. Quando però mi ha salutato, mi ha detto: “Non ti preoccupare, divertiti mamma. E quel “divertiti” lo ha calcato. Lo ho notato”.

Giustizia muove la Procura di Torino ad aprire un fascicolo per istigazione al suicidio: il ragazzo, che studiava da barman e viveva con il padre e il fratello maggiore, aveva confidato a quest’ultimo di avere paura di alcune persone che avrebbero messo in dubbio la sua omosessualità. Ma a questa confidenza, nessun nome, nessun dettaglio erano seguiti. Fino alla fine, fino all’ultimo pranzo consumato in famiglia, dopo il quale Orlando aveva preparato il caffè e si era congedato dai suoi con un depistante «Torno presto». A diciott’anni la percezione dell’odio subìto somiglia troppo a un senso di colpa, per poter essere rivelata. Ma accade che se ne colga un riflesso a posteriori, nell’ultimo...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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