L'Onu chiede la tregua in Libia ma Haftar bombarda Misurata

fabio greco

L'Onu chiede una tregua nel conflitto libico, ma Khalifa Haftar continua a colpire, sebbene ciò non gli faccia guadagnare terreno. Al bombardamento che ieri aveva fatto 42 morti a Al Murzuq è seguito un raid che nella notte ha colpito l'Accademia dell'Aeronautica di Misurata, in cui è stato distrutto un un aereo militare turco Ilyushin Il76 carico di armi e munizioni.

L'uomo forte della Cirenaica sembra aver scelto una risposta militare all'esito della riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha ribadito l'appello a rispettare il cessate il fuoco, chiesto dall'Onu in occasione dell'Id al-Adha, la festa del sacrificio che ricorre la prossima settimana, e a tornare al processo politico con la mediazione dei propri rappresentanti.

A fine luglio il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamè, aveva chiesto una tregua durante i giorni di festa. In una nota, i membri del Consiglio di sicurezza hanno ribadito il loro pieno sostegno al rappresentante speciale. "Solo una soluzione politica può portare pace e stabilità durature in Libia e porre fine al peggioramento della crisi umanitaria", si legge nella dichiarazione, in cui i membri del Consiglio di sicurezza hanno anche ribadito "l'importanza della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale della Libia".

La stabilità della Libia resta un punto cruciale per l'Italia, che ne potrebbe trarre benefici miliardari per il prossimo decennio. È il Centro studi di Confindustria a stimare che "a partire dal 2011 per l'economia libica si siano prodotti 150-200 miliardi di euro di perdite in infrastrutture e capitale produttivo". "Per far ripartire in modo duraturo e sostenibile la Libia e il suo tessuto produttivo - spiega un rapporto, pubblicato oggi - occorre dunque un piano di investimenti straordinari di almeno 150 miliardi in dieci anni, che nell'immediato restituisca slancio al settore petrolifero e nel medio periodo contribuisca alla diversificazione dell'economia. Al finanziamento degli investimenti parteciperebbero istituzioni internazionali, specialmente europee e statunitensi".





Le imprese italiane. si legge, "potrebbero prestare opere di ricostruzione per un ammontare di circa 30 miliardi in dieci anni". Inoltre, sarebbe in gioco "un miliardo di euro all'anno in più di potenziale per le esportazioni di manufatti made in Italy". "Complessivamente - sostiene Confindustria - l'avvio di un programma di stabilizzazione in Libia porterebbe benefici alle imprese italiane stimabili in 4 miliardi l'anno per il prossimo decennio. Soprattutto, porterebbe vantaggi inestimabili per l'Italia, l'Europa e la comunità internazionale, derivanti da un maggiore controllo in un paese chiave nelle rotte dei flussi migratori e per l'approvvigionamento energetico".