L'operaio volontario della Tenaris che costruisce bombole a tempo record

Manuela D'Alessandro

“Lavoriamo al massimo per produrre 50 bombole per l'ossigeno in un mese anziché nei due, tre che servono di solito”.

Maurizio Magli da Albano Sant'Alessandro, provincia di Bergamo, è uno degli operai della Tenaris di Dalmine che ha risposto sì quando l'azienda ha chiesto chi, su base volontaria, volesse dedicarsi all'impresa di far prendere forma, nel minor tempo possibile, alle apparecchiature indispensabili per far respirare gli ammalati di coronavirus. “Abbiamo saputo dell'emergenza a fine febbraio quando l'azienda ha messo in campo le precauzioni per evitare il contagio - racconta all'AGI -  Poi è arrivata la commessa per la fornitura di 5mila bombole e hanno chiesto chi aveva un po' di buona volontà  per continuare a lavorare, chi se la sentiva di stare in fabbrica anziché a casa”. E lui quella “buona volontà” ha capito subito di averla: “Per me è valsa la regola del buon senso. Io sto bene, la mia famiglia sta bene di salute, non vedevo perché non proseguire il mio mestiere  per dare un contributo a una causa importante. Io sono molto legato anche alla Tenaris, ho 40 anni e  lavoro qui da 20 anni. Mi rende orgoglioso sapere che facciamo tutti  una bella figura”.

Il turno di Maurizio, in questi giorni, comincia alle sei del mattino e finisce all'una. “Per evitare il contagio, abbiano la mascherina, gel disinfettanti nelle varie postazioni, accessi scaglionati allo spogliatoio e alla mensa e rispetto delle distanze di sicurezza. Insomma, tutto quello che si può fare per prevenire qui viene fatto”. Il lavoro è quello “di sempre” ma con ritmo più serrati. “ Una bombola si fabbrica a partire dallo spezzone di un tubo, poi si creano il fondo dove si appoggia e l'ogiva. Questa è lavorazione grezza a cui seguono tutta una serie di controlli molto delicati, anche quello idraulici per testarne la tenuta, che non scoppi”.  In questa routine, si inserisce però l'eccezionalità determinata dall'emergenza sanitaria.

 “Per una commessa di 5mila bombole, che non sono poche, ci vogliono due, tre mesi, stiamo provando a ridurre i tempi a un mese. Stiamo lavorando a orario ridotto, ma a regime massimo. Questo significa che ottimizziamo i tempi, riduciamo le pause, facciamo tutto quello che è umanamente possibile”. Tra loro, gli operai volontari parlano poco, non hanno bisogno di caricarsi: “Il fatto che abbiamo deciso di continuare a stare in fabbrica  significa che ci è molto chiara  l'importanza della causa. Non c'è tanto da parlare, si lavora a testa bassa e basta. Certo, è inevitabile in alcuni momenti pensare a dove andranno queste bombole. Io non ho conoscenti colpiti dal virus, mia moglie sì, un signore anziano che è morto.  Ma è un bollettino di guerra qui a Bergamo, per questo prima consegnamo le bombole meglio è”.