Luca Morisi ovvero come si distrugge la vita di una persona in due settimane

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Il leader della Lega Matteo Salvini dopo l'incontro ai gruppi parlamentari  pranza con  Luca Morisi in un ristorante a Roma, 9 maggio 2018.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI (Photo: MASSIMO PERCOSSIANSA)
Il leader della Lega Matteo Salvini dopo l'incontro ai gruppi parlamentari pranza con Luca Morisi in un ristorante a Roma, 9 maggio 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (Photo: MASSIMO PERCOSSIANSA)

“Una storia banale”. Aveva definito in questi termini l’inchiesta su Luca Morisi la procuratrice di Verona, Angela Barbaglio, quando aveva dovuto difendersi dall’accusa che fossero stati i pm a diffondere le carte dell’indagine per cessione di stupefacenti nei confronti dell’ex guru dei social di Salvini. Non sono passate neanche due settimane da quella frase, e dal giorno in cui l’opinione pubblica è venuta a conoscenza dell’inchiesta, ma oggi quelle parole si possono capire appieno. La posizione di Luca Morisi, scrive il Corriere della Sera, va verso l’archiviazione. Cosa significa? Che non ha commesso reati. Non ha ceduto la droga dello stupro ai due ragazzi rumeni che erano con lui la sera del 14 agosto. E che lo avevano raggiunto dopo un contatto su Grindr. Quel flacone di Ghb trovato nello zaino di uno dei giovani dell’ex esperto social della Lega che quindi, per conseguenza logica, non glielo aveva potuto cedere. In casa di Morisi sono state trovate piccole quantità di cocaina, compatibili però con l’uso personale. A scagionare Morisi dall’accusa di aver ceduto ai giovani rumeni la droga dello stupro è una chat, dalla quale emerge chiaramente che è uno dei due interlocutori a dirgli che porterà lo stupefacente all’incontro. Fino a pochi giorni fa questo messaggio era conosciuto solo dagli inquirenti - e forse da qui l’espressione ”è una storia banale” - perché a essere diffusi erano stati altri dettagli, utili solo a colpire la persona, non a raccontare un presunto reato. E neanche a sottolineare il grande, enorme, rilievo politico che ha questa storia. Perché se il guru social di un partito che ha fatto campagne contro droga e spaccio e i cui esponenti hanno strizzato l’occhio all’omofobia viene trovato in possesso di stupefacenti e con due uomini conosciuti su Grindr, è chiaro che la vicenda una rilevanza politica ce l’ha, e anche bella grossa. Il problema è che si è andati ben oltre tutto questo.

Se l’intenzione di archiviare della procura di Verona sarà confermata, a carico dell’ex capo della “Bestia” di Matteo Salvini non resterebbe più nulla di penalmente rilevante. Addirittura l’interrogatorio, previsto in settimana, potrebbe essere considerato superfluo. L’inchiesta si poteva evitare? Da come sono andate le cose sembrerebbe di no. I Carabinieri, chiamati da uno dei giovani che erano con l’ex guru di Salvini, hanno trovato gli stupefacenti. Essendoci il sospetto di una cessione di droga, forze dell’ordine e procura hanno fatto solo il loro dovere. Si poteva evitare, però, tutto quello che è successo fuori dagli uffici giudiziari.

Il 27 settembre, pochi giorni prima delle elezioni amministrative, la notizia dell’inchiesta - partita settimane prima - è venuta a galla. La vicenda, neanche a dirlo, è imbarazzantissima per un partito che ha sempre fatto una propaganda dai toni discutibili - spesso per mano dello stesso Morisi - contro il consumo di stupefacenti e lo spaccio. Però, nel commentarla, si è andati ben oltre l’aspetto penale e la rilevanza politica.

Le chat diffuse, a inchiesta in corso, tutto contenevano meno che elementi di interesse pubblico o fatti penalmente rilevanti. Di Morisi è stata messa sulla pubblica piazza un pezzo di vita privata, con una morbosità che conosce pochi precedenti. “Lo fanno per attaccare me”, ha sostenuto Matteo Salvini che però, dopo due giorni di garantismo spinto è corso ad attaccare Mimmo Lucano - condannato, sì, ma in primo grado e con una pena che anche parte del mondo giuridico ha definito abnorme - e la sinistra che lo difendeva. A ridosso delle amministrative, lo scontro politico si è giocato a colpi di atti giudiziari. Non è una novità, certo, ma che nessuna evoluzione si sia registrata su questo fronte negli ultimi decenni deve far riflettere.

“Sui giornali ci sono, parola per parola, le chat con i messaggi tra Morisi ed i suoi interlocutori. Atti di indagine, in piena fase istruttoria. Vietatissimo. E nessuno si scandalizza. Perché a qualcuno la pubblicazione fa comodo per sputtanarlo, a qualcun altro per scagionarlo”, ha scritto su Twitter il deputato di Azione Enrico Costa, che ha presentato l’emendamento che ha portato allo schema di decreto legislativo sulla presunzione di innocenza, su cui le camere devono dovranno dare il parere nei prossimi giorni. Nessuno si scandalizza, perché ogni volta che in un’inchiesta viene coinvolta una persona nota - di qualsiasi colore politico - si ripete sempre lo stesso schema. E i processi vengono fatti dall’opinione pubblica, pazienza se poi la persona sarà assolta o se, addirittura - come dovrebbe accadere in questo caso - un processo non ci sarà mai.

In questi giorni in molti hanno ricordato il modo in cui lavorava Morisi, che occupandosi dei social della Lega in effetti è stato il fautore di tante campagne che qualcuno potrebbe definire d’odio. Che il personaggio possa non essere apprezzato per come ha armato la Bestia leghista, e possa quindi suscitare antipatia, è giustificabile e accettabile. Dovrebbe essere invece meno comprensibile il fatto che per attaccare l’(ormai quasi non più) indagato Morisi si sia usato esattamente il metodo Morisi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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