Luciano Benetton rompe il silenzio: "Non siamo né papponi di Stato né razza padrona”

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Per lungo tempo Luciano Benetton ha preferito non parlare. Il crollo del Ponte Morandi a Genova ha trasformato la narrazione della famiglia Benetton in Italia. Diventati “prenditori di Stato”, affaristi da punire. Poi la morte del fratello Gilberto. Ora Luciano Benetton parla alla Repubblica, difende il proprio nome e il proprio ruolo, apre anche a un impegno per il salvataggio di Alitalia che “deve rimanere italiana”. 

“Mi creda, chiunque ci conosce appena un po’ non ha mai dubitato di noi, tutti sanno che non facciamo parte di quel capitalismo che è un’avventura tra politica e malaffare. Non siamo né papponi di Stato né razza padrona”... “Mio fratello non è morto di crepacuore per le aggressioni subite dopo il crollo del ponte. Era forte anche lui. È però vero che stava già male e che questo lo esponeva di più alle ferite dell’orgoglio, alla frustrazione e all’impotenza dinanzi alla terribile disgrazia”... “Una disgrazia imprevedibile e inevitabile, purtroppo”.

Luciano Benetton si dice “sicuro della buona fede” dei suoi manager nella vicenda di Genova. Anche se siamo “stati descritti come una banda di feroci gaudenti assetati di Champagne davanti ai morti”, l’imprenditore si dice convinto che nessuno abbia fatto risparmi sulla sicurezza, “sarebbe da stupidi”. Lui personalmente non è andato a Genova, perché “dal governo ci hanno subito accusato ingiustamente, senza conoscere le cose. E siamo stati additati improvvisamente come una famiglia di avidi speculatori”:

“Certamente non si sapeva che il ponte Morandi era a rischio di crollo. Era però sovraccarico. C’è un’indagine molto complessa che stabilirà le cause e le concause. Con il senno del poi dico che si doveva diminuire il traffico”.

Luciano Benetton racconta di aver temuto una reazione violenta, “davanti a quelle accuse orribili in tv ho persino temuto per la sicurezza dei ragazzi, dei miei nipoti. Chiamarsi Benetton poteva essere un...

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