L'Ue ha assolto l'erbicida più controverso: il glifosato non è cancerogeno

riccardo liguori

Nessuno stop all'uso del glifosato. A stabilirlo, il primo ottobre, la Corte di Giustizia Ue. A riaprire il caso è stata la causa presentata dal Tribunale penale di Foix (Francia) dopo la protesta dei “Mietitori volontari anti ogm dell'Ariège”.

Il gruppo ambientalista era stato accusato di aver danneggiato dei bidoni di Roundup, contenente glifosato, nella città di Pamiers. Da qui è seguita la domanda di chiarimenti alla Corte Ue da parte della giustizia francese sulla validità della normativa europea inerente l'utilizzo dell'erbicida.

La decisione della Corte Ue

A Lussemburgo i giudici hanno passato in rassegna vari elementi della normativa. Dalla valutazione dei rischi derivanti dall'uso dei prodotti fitosanitari, alla procedura che prevede test e studi forniti dal richiedente di un'autorizzazione per l'immissione sul mercato, fino alla verifica di tali elementi da parte delle autorità competenti e l'accesso pubblico ai documenti. Il risultato? Non sussiste alcun elemento capace d'inficiare la liceità dell'uso del glifosato.

Glifosato: di cosa si tratta

Erbicida più utilizzato al mondo - conta quasi 5 miliardi di dollari di vendite - il glifosato è un diserbante non selettivo, dunque una molecola che elimina indistintamente tutte le erbe infestanti. Introdotto nel 1974, dalla sua immissione nel mercato ne sono state spruzzate sui campi milioni di tonnellate. Si tratta di un prodotto economico e semplice da utilizzare.

La molecola viene sintetizzata negli anni Cinquanta nei laboratori della Cilag. Vent'anni dopo, nei laboratori della Monsanto (colosso Usa di recente acquistato dalla tedesca Bayer) è scoperta la sua azione come erbicida ad ampio spettro.

L'industria, così, lo brevetta e lo commercializza con il nome di Roundup. La sua diffusione diventa capillare con gli anni Novanta, periodo in cui la Monsanto inizia a introdurre sul mercato le prime colture geneticamente modificate, come la soia, resistenti al potente erbicida.

Dal 2001 il brevetto scade, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati non solo in agricoltura, ma anche nei prodotti per il giardinaggio e soprattutto per la manutenzione del verde. Quindi per liberare marciapiedi, autostrade e binari ferroviari dalle erbe infestanti.

Le controversie sull'uso dell'erbicida

Nel 2017, il Guardian scopre che molte pagine del rapporto scritto quell'anno dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che aveva valutato i rischi dell'uso del glifosato, erano sono stati copiati dalla richiesta di rinnovo dell'autorizzazione da parte delle aziende che lo producono. 

Una questione ancora più antica

Nel 2015, l'agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), inserisce il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”, quindi nel gruppo 2A. Questa sezione, subito precedente a quella che include agenti accertati come cancerogeni, riguarda le emissioni ad alte temperature di fritture, carni rosse, steroidi ed esposizioni a sostanze chimiche utilizzate nell'attività di parrucchiere. In tutto 81 agenti “con sufficiente evidenza di cancro negli animali e limitata negli uomini”.

Nel novembre 2015 l'EFSA invece pubblica una valutazione del glifosato che contrasta con la conclusione della IARC: il glifosato non sarebbe genotossico (vale a dire non danneggerebbe il DNA) e non rappresenterebbe un rischio di indurre nell'uomo il cancro. Il problema è che, come suddetto, le valutazioni dell'EFSA sembrano essere state copiate da quelle dei produttori del glifosato (ovviamente interessati a proporre il loro prodotto come “innocuo” per salute e ambiente).

Il linfoma non-Hodgkin

Un tumore associato al glifosato sarebbe il linfoma non-Hodgkin. Il rischio sarebbe significativamente maggiore per chi è esposto in modo diretto all'erbicida. Quindi, sarebbe un problema per gli agricoltori. Studi dello IARC su animali e su cellule evidenzierebbero un'azione mutagenica indotta dall'erbicida: un'azione, quindi, potenzialmente cancerogena.

A maggio 2016 e a marzo 2017 altre due agenzie internazionali (il gruppo FAO/OMS sui pesticidi e l'Agenzia europea per le sostanze chimiche, l'Echa) si sono espresse per la non cancerogenicità della sostanza. E lo stesso hanno fatto nel frattempo agenzie sanitarie di diversi altri paesi: Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda. L'Echa ha comunque ribadito la possibilità che il glifosato causi danni agli occhi e sia tossico per flora e fauna negli ambienti acquatici. Dunque, potrebbe portare alla contaminazione di acqua e cibo.

Pareri contrastanti: perché?

Le agenzie Iarc e Efsa operano con procedure rigorose e stringenti ma tra loro diverse. Per legge - Regolamento Europeo 1107/2009 -, inoltre, l'onere della prova spetta alle industrie produttrici: sono loro a dover produrre studi e ricerche per dimostrare che la sostanza che vogliono commercializzare non nuoce alla salute.

Si tratta di analisi finanziate dall'industria ma redatte in centri di ricerca certificati, e secondo linee guida internazionali. Iarc nelle sue valutazioni per classificare le sostanze cancerogene non ha fatto riferimenti a questi studi, ma solo a quelli pubblicati su riviste scientifiche, mentre Efsa deve necessariamente fare riferimento a entrambe.

La divergenza di vedute, dunque, deriva da un lato dal fatto che Iarc e Efsa hanno analizzato studi diversi e applicato differenti analisi statistiche e dall'altro dal fatto che mentre le analisi dell'Efsa riguardano la molecola del glifosato in quanto tale, gli studi presi in considerazione dallo Iarc riguardano anche i prodotti immessi sul mercato, che contengono in aggiunta altre sostanze.

Il caso italiano

In Italia il glifosato è vietato? Il Decreto ministeriale 9 agosto 2016 del ministero della Salute non mette al bando i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato. Semplicemente, ne modifica le condizioni d'impiego. Ad oggi, le limitazioni sull'uso dell'erbicida riguardano:

  • l'uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all'80%, nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all'interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;
  • l'uso in antecedente la raccolta teso solo a ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

Per tutti gli altri casi, invece, i prodotti fitosanitari contenenti il potente erbicida continuano a essere autorizzati e ampiamente utilizzati.