Divisi in Emilia

Pietro Salvatori
Emilia

Tanto per capirci: cosa può succedere la sera del 26 gennaio se le urne dell’Emilia Romagna restituiranno la fotografia di una Lega vincitrice, e di Pd e M5s che, qualora si fossero presentati da alleati, avrebbero potuto superarla? Può succedere che, una volta tornati a Roma, i due alleati divisi dalla via Emilia balleranno una rumba che avrebbe ottime probabilità di mandarli gambe all’aria.

Luigi Di Maio viene travolto su Rousseau. Il 70% degli oltre 27mila votanti sul Blog delle stelle ha detto no alla “pausa elettorale” sottoposta al voto dai vertici pentastellati. “Correremo da soli”, si affretta a dire il leader. Non è un mistero che il capo politico aveva accarezzato l’idea lanciata dall’uomo forte del Movimento nella Regione, Max Bugani, che per primo aveva lanciato l’idea di non candidarsi. Il risultato è leggibile come uno schiaffone, per quanto la comunicazione del leader sia tutta incentrata a cercare di ribaltare il tavolo. Ma la lettura non è così semplice. Perché in tutto il gruppo dirigente Di Maio è stato il più tiepido nei confronti dell’idea di lasciare la strada libera ai Dem, posizione sostenuta con assai più decisione dal suo cerchio più stretto e dalla compagine di governo, teso a una desistenza che mettesse il più possibile in sicurezza il governo.

Ma se è vero, per dirla con Emil Cioran, che l’apporto di una sconfitta è una visione precisa di noi stessi, quel che fino a un paio di mesi fa era un re fortemente decisionista, accusato dal suo popolo di essere asserragliato nel castello con pochi, discutibili, consiglieri, oggi è un primus inter pares che non ha la forza di imporre una visione dall’alto come ha per lungo tempo fatto. Strategia o debolezza, lo scudo sull’Ilva proposto dal governo di cui è membro centrale è stato spazzato via da un drappello di suoi senatori. Di fronte a una crisi conclamata (“Siamo in un momento di difficoltà”, ha ammesso il ministro degli Esteri), la sua...

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