L'ultimo album di Galeffi è il migliore

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AGI - Il miglior disco di Galeffi. E se si considera che è il suo terzo, ed è evidente quanto il cantautore romano si sia impegnato in questi anni a maturare artisticamente, non è che la cosa stupisca più di tanto; anzi, siamo praticamente certi che in realtà il miglior album di Galeffi sia il prossimo ad uscire.

Quello che possiamo tranquillamente considerare uno degli artefici della rivoluzione indie degli anni '10, maneggia nettamente con più sicurezza tutto l'apparato musicale, ricorre spesso nei brani la tematica amorosa, ma è un disco scritto durante la pandemia e alla fine di una storia d'amore, quindi ci sta.

Ci sta a tal punto che proprio il come affronta l'argomento può tranquillamente diventare il metro di giudizio per capire quanto Galeffi è maturato, ed è maturato proprio tanto. Guizzi di cantautorato ottimamente calibrato fioriscono in tutto il disco, si passa dalla ballad struggente a quella di matrice più ottimista, abbracciando dalla bellezza classica, vintage, alla freschezza più genuina.

Qual è stata la necessità artistica dietro la scrittura di questo disco?

Più che necessità artistica ti direi necessità esistenziale. “Settebello” è uscito quando è iniziato il lockdown, settimana dopo settimana, ogni cosa che avevamo organizzato, il tour, i video, gli incontri, ogni settimana mi arrivavano telefonate per avvisarmi che tutto era annullato, tutto fermo, le persone che lavoravano per me all'epoca erano depressi, negativi, non sapevano neanche che dirmi; lavori tutti i giorni, fai riunioni, sogni, soffri, scrivi delle tue cose e poi quantomeno, quando esce un disco, dovresti un po' recuperare, è come se ti sentissi in credito, quindi hai voglia di fare i concerti, di incontrare i fans.

È una cosa che ti ha scottato…

Si, quindi questo disco nasce anche dalla paura di non fare più questo mestiere, dalla paura che, per una serie di incastri, avevo perso il mio momento. Se ci pensi è come se non avessi fatto uscire niente dai tempi di “Scudetto”, o almeno io mi sento così, ho fatto uscire due dischi che ancora devo suonare e la sensazione, per fortuna, è che ora si riparta a tutti gli effetti, però dopo una pausa di quattro anni per me, che non è decennale, ma quando hai fatto uscire il primo lavoro serve una conferma.

Effettivamente una gran sfortuna…

All'inizio me la sono presa con il cosmo, con gli incastri, poi mi sono detto “Ormai è un'occasione”, ho annullato tutte le cose previste per “Settebello”, perché non ce l'avrei fatta a rimanere appeso a quel disco con una data X, e ho ricominciato daccapo, mettendomi a scrivere un nuovo disco, con un tempo dilatato, questo tempo però mi è servito per capire cosa volessi fare e dopo “Dolcevita”, che è la prima canzone che ho scritto, ho capito come volevo fare il disco. …

e che disco è?

Un disco quasi cinematografico in cui mi ispiro alla musica francese, mi sono immaginato di cantare tutto il disco sentendomi un po' Mastroianni, ma non volevo ambientarlo alla Fontana di Trevi ma in un posto più francese, che comunque tu i dischi li fai anche con gli ascolti di quel periodo, siccome io venivo da Sébastien Tellier, Yann Tiersen, Léo Ferré, Daft Punk, L'Imperatrice…ho pensato di unire questa idea del Galeffi/Mastroianni a tutta la musica francese. Ho fatto tutto un lavoro di ricerca e mi sono accorto che questa cosa qua in Italia non la fa nessuno, e allora, mi sono detto, la faccio io.

Che rapporto hai sviluppato dunque con “Settebello” uscito due anni fa, anche quella era una fase della tua crescita?

Si, in “Settebello” c'era sicuramente un passo avanti sul suono. Io odio talmente tanto quei miei colleghi che fanno sempre le stesse cose che anche solo per un motivo di anarchia e di ribellione nei loro confronti sono costretto, nella mia mitomania, a fare il paladino della sperimentazione. Vedo che fanno tutti le stesse cose, ascolto una canzone e neanche ci spero più che quella dopo mi sorprenderà, e quello che mi aspetto è esattamente quello che mi arriva: non c'è più mistero, è tutto così volgare che comunque mi andava di sperimentare, sorprendere, dare fastidio, anche deludere i fan…quindi sono molto contento.

Questo disco rappresenta una tua fase esistenziale, è stato scritto nel bel mezzo di una pandemia e dopo una lunga storia d'amore finita...la musica aiuta ad esorcizzare il dolore?

La musica è tutto, è una valvola di sfogo, molte cose le capisci scrivendole, ti vedi con una persona per qualche mese e non le dai tutta questa importanza, poi decidi di troncare e subito ti accorgi che c'è un vuoto che hai bisogno di colmare, hai voglia di dare l'eternità ad una storia che ha avuto dei limiti e con la musica lo puoi fare. Attraverso la musica, come nel cinema, prendi spunto dalla vita ma puoi fare come ti pare e dare anche dei finali migliori. In questo modo io riesco a stare con tutte le ragazze che ho amato e con le quali non sto più, con le canzoni allungo la vita delle persone che ho avuto durante il mio percorso.

Nelle note stampa scrivi a proposito di definizioni che ti sono state attribuite e non senti più tue, quali?

Io ho sempre avuto un po' di difficoltà ad accettare l'etichetta “Indie” su di me. Ovviamente so che non è una cosa che è dipesa da me, sulla quale non avevo controllo e non è che mi ha portato del male, mi ha portato comunque dell'attenzione, la mia faccia significava quella cosa lì e non è che significava un omicidio, anzi abbiamo fatto una rivoluzione del mercato musicale italiano, quindi non è che volevo togliermi questo, però mi stava stretto solo quello, non volevo essere un “indie boy for indie girls”, fin dall'inizio mi sono sentito uno che dice le cose e nella mia vita cerco di dire le cose, di non accontentarmi, di andare in profondità…così mi stava stretta. E purtroppo il live di “Settebello” poteva aiutare questo mio passaggio, questa mia evoluzione, questa mia ambizione…”Belvedere” ha l'obbligo di riuscirci dopo le sfighe di “Settebello”, ma l'obiettivo mio era quello di uscire dalla definizione Galeffi=uno degli indie. Che, per carità, mi va bene, ma è anche altro.

Qual è il belvedere della tua vita oggi, sia come artista che come uomo?

Io il titolo “Belvedere” ce l'ho avuto in testa per più motivi; il primo è che, essendo amante della lingua italiana ed essendo amante di titoli italiani di dischi (non adoro molto i titoli inglesi per dischi italiani, è tanto bella la lingua italiana!), in tutti i dischi miei ho messo parole come “Scudetto”, “Settebello” e “Belvedere”. Mi è piaciuta questa idea di utilizzare una parola italiana che possa essere percepita anche all'estero ed essendo questo un disco molto europeo, nella sua ambizione ma anche nella sua qualità, mi piaceva avere una coerenza con gli altri dischi ed era un invito, dopo due anni di lockdown, razionale ma anche personale, a tornare a vedere le cose belle, torniamo a vedere il panorama intorno a noi…e il disco è bello!

Visto che lo vedi come un nuovo esordio, qual è la canzone che faresti ascoltare per ripresentarti? Quella che ti rappresenta di più al momento come artista…

La prima. L'ho messa apposta, almeno così non la skippano. Ovviamente avrei potuto rispondere con canzoni più facili, più orecchiabili, più attuali, ma io penso che la prima canzone del disco, che si intitola “Un sogno”, sia quella che rappresenta di più la mia poetica. Poi magari ho anche canzoni che preferisco di più (anche se sono tutte figlie) ma alla domanda rispondo così, è la presentazione per tutti quelli che mi ascoltano.

Senti un po' la mancanza dell'indie? Di quel giocattolo che si è rotto, quel movimento culturale..?

Mi manca l'entusiasmo e credo che manchi anche agli altri. Come spesso accade nella vita, quando uno sta facendo cose belle non se ne rende conto. Adesso che è diventato un lavoro, io percepisco, non in tutti ma in tanti che hanno partecipato a quel movimento, un appiattimento, una noia, una pigrizia, la mancanza di stimoli, forse perché abbiamo raggiunto velocemente, chi più chi meno, delle grandi vette, dei grandi risultati. Abbiamo cambiato il mercato musicale italiano, qualche canzone mia è diventata di tutti ed è una cosa che ti cambia e se prima lo hai fatto nell'incoscienza ora senti la responsabilità e a qualcuno questa responsabilità inibisce. Quindi mi dispiace un po' che si sia un po' perso, non dico la qualità, ma forse un po' il cuore, ma non è detto che non tornerà.

Paradossalmente, perchè la qualità è aumentata, sono aumentati i mezzi, le possibilità sono aumentate ed è proprio il cuore che è venuto a mancare…

Probabilmente molto, anche banalmente, dipende tal fatto che quando hai un riconoscimento, hai soldi, è giusto che te li godi in po', e tendenzialmente se stai bene è difficile che scrivi belle canzoni. O ti induci autosofferenza, cosa che io purtroppo sono bravissimo a fare, oppure all'arte lasci poco. Però è una scelta, non per forza l'arte deve essere prioritaria rispetto alla vita personale.

Cosa ti piacerebbe che un ascoltatore provasse alla fine dell'ascolto del disco?

La voglia morbosa di comprarlo e regalarlo a qualcuno, così faccio du soldi (e ride). Scherzi a parte, mi piacerebbe che la gente ci si affezionasse così tanto da comprarselo, mi piacerebbe entrare nelle case degli altri e lasciare un pezzo di me, penso che noi scriviamo le canzoni anche per quello, per sentirci un po' meno soli. Io sento una responsabilità umana nei confronti delle persone che mi ascoltano, un dovere, degli obblighi, probabilmente devo anche un po' farci il callo.

Quali sacrifici ti ha imposto la musica?

Sono uno che sacrifica tante cose per la musica, anche prioritarie, non faccio queste cose per guadagnare soldi, altrimenti li farei ogni sei mesi e con la massima tranquillità emotiva, faccio dischi perché mi va di farli, mi piace migliorarmi, per lasciare qualcosa di me alle persone e diventare anche io parte della loro storia. Stamattina ho letto un messaggio di una ragazza su Instagram che mi diceva che si è innamorata di una canzone, è incinta di due gemelli e assocerà per sempre “Due girasoli” ai suoi gemelli…queste storie qua sono belle. Di base è il motivo per cui cerco di fare delle cose belle, voglio fare qualcosa che duri nel tempo, voglio fare questo lavoro finché mi andrà di farlo; non so quanto mi andrà ancora, però sogno di avere la possibilità di farlo per sempre e sogno di scrivere canzoni che durino per sempre, anche perché poi ci vuole coraggio per scrivere una bella canzone.

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