L'ultimo spettacolo/3: Teatri ossigeno sociale di una città non desertificata

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Hp (Photo: Hp)
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E il teatro? Non fa tristezza il diradarsi degli spettacoli, il perenne, straziante affanno economico di chi lo gestisce? Un balletto in meno, un’opera lirica in meno, una rappresentazione teatrale in meno, quanto costano, in termini di avvilimento culturale, tristezza sociale, disillusione? Non pensate solo agli attori, ai registi. Pensate alla qualità eccellente dei costumisti, degli scenografi, dei sarti, degli elettricisti, dei fonici, degli attrezzisti, di tutta quella forza lavoro che patisce il dimagrimento dei programmi, l’invecchiamento delle sale che non possono rinnovarsi, l’incertezza del futuro. Professionalità mal pagate, demotivate, precarie. Compagnie teatrali che si assottigliano. Ambizioni destinate alla frustrazione.

Davvero dobbiamo rassegnarci? Accettare che intere stagioni teatrali saltino (c’entra il Covid, certo, ma non è solo Covid), accettare l’impoverimento culturale che si stende su ogni comparto sociale per un teatro che non ce la fa, per uno spettacolo che non ha futuro, per un lavoro che non si sa che sbocchi avrà?

Che i teatri, aiutati da un New deal dello spettacolo, si rinnovino, che sappiano attrarre pubblico, che non si rinchiudano in una nicchia minoritaria, certo. Ma anche qui, è lo spirito pubblico che si alimenta con una politica che pensi allo spettacolo come a una risorsa sociale indispensabile, nelle grandi città ma anche in quelle piccole dove i teatri vivono di stenti, o muoiono. Non lasciare che tutto vada in malora. Non rassegnarsi al peggio. Non accettare il deserto. Non murarsi in un risentimento nostalgico. Un New deal dello spettacolo: non conviene pensarci, subito?

(3-fine)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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