L'unico che ha un candidato è Berlusconi: sé stesso

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(Photo: FILIPPO MONTEFORTE via Getty Images)
(Photo: FILIPPO MONTEFORTE via Getty Images)

C’è un motivo se Enrico Letta, pur sperando che Draghi resti a palazzo Chigi, dice e non dice, auspica la durata del governo ma sempre con prudenza: “Teme – spiega un ministro Pd – che se dice no oggi, si impicca a una posizione che dovrà smentire domani, quando la destra dirà ... “Non volete Berlusconi? E allora Draghi”... E come fa a dire di no?”. E c’è un motivo se Matteo Salvini, prima propone Silvio, poi auspica, con una certa ruvidezza, che “Draghi resti premier” poi una specie di “patto del calendario” per cui se ne riparla tra Natale e Capodanno. E se Luigi Di Maio, diventato più draghiano di Draghi, al tempo stesso invita a lasciar fuori il premier dai giochi politici, dichiarazione buona per tenerlo sia qua oggi, senza escludere il là domani.

La verità è che, escluso Draghi medesimo, l’unico che ha un solo candidato per il Quirinale è Berlusconi: se stesso. E i partiti sembrano le correnti impazzite della Democrazia cristiana senza la Democrazia cristiana, a partire dai 5 stelle che registrano sul Quirinale la propria scomparsa civile. Senza cabina e senza regia, dicono una cosa, coltivandone un’altra, ma senza però mettere in campo un’iniziativa alcuna per produrre politica. Tecnicamente, una situazione che sta andando fuori controllo.

E ha ragione Giancarlo Giorgetti: “Non è immaginabile un futuro in cui Draghi non sia da una parte o dall’altra”. Però se continua così l’andazzo, il premier rischia di rimanere in una parte ammaccato dall’altra, perché inevitabilmente l’elezione di un’altra figura suonerebbe, per come si sono messe le cose, come una bocciatura. E si troverebbe a governare con quei partiti che non l’hanno voluto far ascendere al Colle sulla base di un teorema meritevole di un dibattito: quello per cui rappresenta una garanzia per il paese più la sua presenza a palazzo Chigi, in un anno elettorale, che sette anni al Quirinale come ombrello di credibilità internazionale chiunque andrà al governo. È per questo che il consiglio di Giorgetti è quello di fare una “mossa”, fiutando tutti i pericoli dell’inerzia.

Ma se qualcosa in più il premier dirà nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, mercoledì prossimo, è impensabile che in quella occasione possa esplicitamente offrire una “disponibilità”, perché sarebbe davvero irrituale, anche se è difficile entrare nella mente dell’uomo avvezzo a una solitaria riservatezza. Tra i collaboratori con cui ha mantenuto l’uso del “lei” - la maggior parte – e quelli con cui si dà del “tu”, pochi, l’unico con cui ha un reale rapporto di reale confidenza è il professor Francesco Giavazzi, principale teorico, memore dell’esperienza di Mario Monti, del grande cambio da palazzo Chigi al Quirinale. Anche questa distanza però, e con essa l’assenza di una costruzione politica dell’eventualità fondata su un patto con i partiti – su Governo e Quirinale – ha prodotto già un risultato contrario ai propri desideri, perché le correnti impazzite, al momento e per quel che vale dicono che deve rimanere dove è.

Chi ha chiesto lumi a Dario Franceschini ha ricevuto questa fotografia della situazione: “Al momento l’ipotesi di Draghi alla prima votazione non c’è più, c’è l’ipotesi dell’ultima. E cioè che, consumato il giro su Berlusconi i partiti vadano in ginocchio da lui, invece di andare da Mattarella che non è disponibile”. C’è poco da fare, il Quirinale è diventato come un gioco dell’oca in cui, alla fine, passando per le altre caselle, sempre a quelle di partenza si torna. Le altre caselle corrispondono al nome di Giuliano Amato, da almeno quattro lustri candidato al Quirinale che, secondo i maligni avrebbe anche fatto circolare una sua disponibilità di farlo “a tempo”. E che, come noto, ha un solido rapporto con Letta, con D’Alema, e si è coccolato anche Di Maio, ma ha il problema della Lega. Come in un riflesso condizionato, quando c’è la grande trama, tutti vogliono sapere cosa pensi il lìder maximo che, chissà se per gioco o per depistare, ha fatto anche circolare qualche ragionamento attorno a Letizia Moratti, in un Parlamento dove, senza i voti della destra, non si elegge nessuno.

E se fosse proprio Berlusconi, capito che non è aria, a fare il kingmaker di Draghi? E ci risiamo, con la casella di partenza, anche per assenza di altri nomi che possano tenere insieme il tutto, data per assodata l’indisponibilità di Mattarella. A proposito, le previsioni che filtrano sulla progressività dei contagi, per la fine di gennaio, sono tutt’altro che ottimistiche. E ci risiamo un’altra volta: forse l’unica cosa che può far scattare una responsabilità collettiva è la pandemia. Se Draghi non la gioca bene, non solo rimane a palazzo Chigi, ma pure ridimensionato. Se gli altri non la giocano bene, come già si vede, il pasticcio è completo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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