M5s, il nodo Conte

Pietro Salvatori

Di giornate più lunghe in questo ultimo anno e mezzo il Movimento 5 stelle ne ha vissute molte. Ma questo giovedì è stata forse la più lunga di tutte. Finisce con un warning lanciato a sera da Luigi Di Maio: “La trattativa con il Partito democratico può partire, ma solo se abbiamo un sì chiaro al taglio dei parlamentari”. Una pre condizione che fa da scudo alle mille difficoltà di una trattativa che fino a ieri erano solo guardate come uno spauracchio all’orizzonte, e che oggi si sono disvelate in tutta la loro complessità. Lasciando disorientato il capo politico e tutto lo stato maggiore.

A mattina la delegazione Dem entra e esce dal Quirinale. Giù dal Colle rotola la notizia che Nicola Zingaretti ha posto un veto su Giuseppe Conte. Se discontinuità deve essere, il presidente del Consiglio non può rimanere lo stesso. Ecco il primo elefante nel salotto pentastellato. Dopo un anno di governo e lo standing ritagliatosi dal premier anche e soprattutto per la sua intemerata contro Matteo Salvini in Senato, l’avvocato del popolo italiano non può essere licenziato così su due piedi. E soprattutto non può essere messo da parte con leggerezza da Di Maio, che incassa ovazioni nelle assemblee e litri di veleni nei conciliaboli con i suoi. “Luigi al momento è debole - spiega un parlamentare - Se gestisce un’operazione spericolata nel gruppo lo mettono al palo, ormai Conte è una star. A meno che...”. A meno che non siano i Democratici a proporre urbi et orbi uno scarto che preveda lo stesso Di Maio a Palazzo Chigi. Un’operazione che la testa del M5s non si può intestare in prima persona, ma che deve maturare nel dialogo dei prossimi giorni.

 

 

È lo stesso Matteo Salvini a lusingare l’ex ragazzo di Pomigliano, riaprendo la finestra della cosa gialloverde davanti alle miriadi di telecamere e taccuini aperti nello studio alla vetrata del Quirinale, una citazione diretta fatta cadere quasi per caso: “Di Maio ha lavorato bene”. “La...

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