M5s: no a proposta Mdp-Si su Jobs Act, è solo propaganda

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Roma, 10 nov. (askanews) - "Lascia sorpresi vedere che i cosiddetti "compagni" preferiscano fare propaganda elettorale sulla pelle di chi lavora invece che affrontare in maniera concreta e responsabile un tema delicato e importante come quello del diritto dei lavoratori". I Cinque Stelle dicono no alle proposte di Mdp e Sinistra Italiana per il ripristino del diritto di reintegro per i lavoratori licenziati senza giusta causa. A spiegare perchè è Davide Tripiedi, deputato M5s della Commissione Lavoro, in un lungo post pubblicato sul blog di Beppe Grillo, in cui si ribadisce: "Si deve ritornare al vecchio articolo 18 perché è questo che proponiamo da sempre e che proporremo con un nostro emendamento in sede di esame".

La proposte di Articolo 1 - Mdp e di Sinistra Italiana, all'esame della Commissione Lavoro, per Tripiedi sono "una sorta di grande copia-incolla della disposizione contenuta nella proposta di legge presentata dalla Cgil qualche mese fa. In pratica si propone di introdurre la sanzione della reintegrazione anche per le aziende con meno di 15 dipendenti. Sembra bellissimo e invece no, vediamo perché", scrive Tripiedi. "Con la riforma Fornero fu assestato il primo duro colpo al diritto dei lavoratori e con il Jobs Act si è di fatto quasi totalmente annullato il diritto al reintegro del lavoratore anche se per licenziamento illegittimo. Vittime di queste norme però sono in primo luogo i lavoratori precarizzati da Renzi e obbligati a dimostrare la completa inesistenza dell'illegittimità, a ricorrere in tempi stretti e passare prima per una fase di conciliazione, e in secondo luogo i datori di lavoro che si trovano in balia delle interpretazioni dei tribunali dove in alcuni casi si riconosce l'obbligo al reintegro e in altri ancora invece il semplice indennizzo. Infatti, diversamente dalla norma previgente dello Statuto dei Lavoratori, nel combinato disposto dalla legge 92/2012 e dal Jobs Act di Renzi, nel caso di licenziamento per motivi economici, anche nel caso di pronuncia a favore del lavoratore da parte di un giudice, al lavoratore licenziato non spetta il reintegro sul posto di lavoro ma il riconoscimento di un indennizzo".

"Per quelli che si dicono della sinistra, però, il problema è il numero dei dipendenti in azienda. Ebbene la verità è che la questione non è questa ma la reintroduzione delle norme previgenti al 2012 e al 2015. Si deve ritornare al vecchio articolo 18 perché è questo che proponiamo da sempre e che proporremo con un nostro emendamento in sede di esame. In Italia la quasi totalità delle imprese impiega meno di 15 lavoratori e in queste realtà il più delle volte il datore di lavoro è impegnato in prima persona nelle attività lavorative e spesso, come purtroppo ci è capitato di sentire durante gli anni della crisi, può egli stesso scegliere di rinunciare al proprio stipendio per garantire quello dei propri dipendenti. Capita infatti che nelle imprese piccole il licenziamento può rappresentare una perdita in termini di produttività e ricchezza per il datore di lavoro".

A giudizio di Tripiedi, "la questione del numero di dipendenti è quindi di lana caprina. Ha più senso, invece, mantenere il discrimine come nella norma previgente e garantire una più coerente e facile valutazione dei casi di illegittimità del licenziamento, senza formule complesse e difficili da dipanare per il giudice, e quindi rendere più efficace il diritto al reintegro per i lavoratori delle imprese sopra i 15 dipendenti, e al tempo stesso mantenere applicabili le disposizioni della legge 108/1990 che prevedeva indennizzi per i lavoratori licenziati illegittimamente nelle imprese con dipendenti inferiori ai quindici".

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