Ma davvero per i cinema sarebbe meglio rimanere aperti?

Di Gabriele Niola
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Photo credit: Getty Images
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From Esquire

Quand’è l’ultima volta che avete letto di una petizione su change.org che ha influenzato una decisione a livello governativo? Non che non funzionino mai (a chi interessasse il New York Times 4 anni fa provava ad indagarne l’effettiva capacità di cambiare qualcosa), ma che una pagina internet con delle firme virtuali di persone che l’hanno messa con un click da casa, registrandosi una o più volte solo con un indirizzo mail (che può pure essere inventato come il nome e cognome) possa davvero influenzare una decisione governativa sarebbe preoccupante per non dire grave. Nondimeno le petizioni le firmiamo (le ho firmate anche io perché l'aveva spinta il direttore della Mostra del cinema di Venezia, ognuno ha i suoi leader d'opinione) ogni qualvolta c’è da far pressione per alti ideali come la libera circolazione della cultura o il mantenimento di entità storiche. E ne abbiamo firmate (diverse, il che ne ribadisce l’aleatorietà) anche ora che l’ultimo DPCM ha ordinato la chiusura delle sale cinematografiche.

Al di là del fatto che non è difficile immaginare ogni categoria colpita da chiusure tentare questa strada della protesta, in pochi si sono chiesti effettivamente se quella delle sale sempre aperte sia davvero la strada migliore o se non stiamo protestando come riflesso condizionato da un percepito sopruso nei confronti della cultura. Perché se si volesse guardare solo alla vita intellettuale delle persone le alternative ci sono e non sono di certo intellettualmente svilenti (solo tra oggi e l’8 Novembre tre festival italiani mettono i propri film selezionati online a fronte di un abbonamento da meno di 10€, poi ci sono quelli stranieri). Ad ogni modo, pensando al futuro, cioè alla sopravvivenza del settore dell’esercizio cinematografico nonché di un’intera categoria di lavoratori, ci siamo tutti schierati contro questa chiusura. Anche perché, è vero, le sale sono un posto sicuro: assicurare il distanziamento è facile, le mascherine vanno portate sempre anche durante il film e in caso di focolaio (cosa mai accaduta da Giugno ad oggi in nessuna sala del mondo secondo un’indagine degli esercenti stessi) è molto facile tracciare i possibili contagiati perché i posti sono assegnati e numerati.

Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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In molti hanno chiesto al ministro Franceschini come mai chiudere le sale e non le chiese (risposta facile ma non la darò io qui) e come mai in generale chiudere luoghi considerati sicuri. La risposta, anche qui, è semplice: il punto non è che le sale siano pericolose ma che la mobilità nei centri urbani va limitata in tutti i modi possibili. Più luoghi vengono chiusi meno occasioni ci sono per le persone di uscire di casa. Quello che però non ci stiamo chiedendo a sufficienza è se chiudere non sia un’opzione migliore per le sale visto che, è stato annunciato, ci saranno degli aiuti.

Qui entriamo in un territorio spinoso fatto più di domande che di risposte nonché di molte paure d’inefficienza (non infondate). Che aiuti? Quando arriveranno? In che forma? Avranno accesso tutti? E soprattutto, saranno sufficienti? Impossibile dirlo e impossibile stare ora a fidarsi delle promesse della politica, tuttavia uno scenario in cui i cinema rimangono aperti con i vari coprifuoco imposti dalle regioni e con una paura crescente da parte della popolazione, in parte fondata da un vero aumento dei contagi, in parte gonfiata dal ritorno del Covid in cima ad ogni discussione, quanto può convenire? I già pochissimi spettatori che non hanno affollato le sale tra Giugno e oggi non sono sufficienti, una situazione del genere di certo non promette di portarne di più.

Photo credit: SOPA Images - Getty Images
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Quando chiediamo a gran voce che i cinema rimangano aperti lo facciamo assieme all’associazione degli esercenti, che si presuppone sappia cosa è meglio per i propri iscritti, eppure la domanda sulla convenienza di tutto questo rimane. Siamo sempre convinti che continuare e andare avanti, non mollare, non chiudere e non cambiare sia la soluzione migliore per garantire una sopravvivenza, e in certi casi abbiamo ragione. Tuttavia già quando dietro grandi pressioni le sale cinematografiche poterono essere tra le prime attività a riaprire dopo il primo lockdown, in molte scelsero di non farlo. Allora non c’erano film in grado di richiamare da programmare perché non c’era un pubblico e nessuna distribuzione voleva mandare i propri titoli a non incassare niente. Che è un altro dettaglio che sembriamo non calcolare quando ci indigniamo.

Se le sale restassero aperte i film ci sarebbero? Quelli americani, gli unici che richiamino davvero un ampio pubblico, no. Non ci sono da mesi e promettono di non esserci per altri mesi. Nelle ultime settimane invece era stata abbastanza chiara l’intenzione del cinema italiano di tornare a far uscire i film più importanti, quelli di maggiore richiamo (che comunque non richiamano mai come il cinema americano), ma non è detto che sarebbe stato ancora vero con un paese in semi-lockdown e dopo, magari, un primo weekend molto moscio. Ovviamente non possiamo pretendere che per salvare i lavoratori delle sale poi vengano mandati a casa i lavoratori delle distribuzioni che non incassano dalle uscite dei loro film. E allora sarebbe successo che, di nuovo, pur potendo rimanere aperti molti cinema avrebbero comunque scelto di rimanere chiusi per limitare i danni, finendo ultimi nella lista delle categorie che hanno diritto a indennizzi, rimborsi, aiuti e ogni altra forma di sostegno economico.