Ma insomma, cosa aspettano gli impallinatori del Pd a dire la verità su Prodi?

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Hp (Photo: Hp)
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Non per insistere troppo o per dare sfogo a un interrogativo che mi ossessiona. Ma adesso, quando già si affilano le armi per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, possibile che nessuno tra i 101 (e forse più) del Pd che impallinarono nel segreto dell’urna Romano Prodi, peone o dirigente che sia, della prima o dell’ultima fila, si alzi in piedi per dire: sì, sono stato anche io a sabotare la candidatura di Prodi.

Cos’è, spirito di omertà, mancanza di un briciolo di coraggio, malattia tribale e correntista? Sono passati tanti anni ormai da quel lontano 2013 e poi il numero consistente dei franchi tiratori elimina la spiegazione dei casi isolati, del boicottaggio di pochi irriducibili. Per arrivare a 101, dopo che i gruppi parlamentari avevano sostenuto all’unanimità il nome di Prodi come successore di Napolitano, bisognava organizzare la fronda (anzi, le fronde), perdersi in mille riunioni semiclandestine, captare i messaggi dei capi-corrente, gironzolare tra incontri e abboccamenti, garantire la disciplina e la compattezza sabotatrice delle diverse truppe.

Tutti sapevano tutto. Poi, certo, non c’è la prova provata, tutti possono negare, appena scappa fuori un nome la pioggia di smentite, ma come ti permetti, come osi mettere in discussione la mia cristallina lealtà. Poi però passano gli anni: abbiamo i pentiti di mafia, i pentiti dei patti corruttivi, eccetera eccetera. Ma qui l’omertà è più forte ancora, il segreto meglio custodito non viene ancora alla luce, uno dei passaggi fondamentali della recente storia repubblicana è ancora avvolto nell’oscurità. Su, un po’ di coraggio, non vi mangia nessuno. Non ci vuole niente: sono stato io, e la dignità è salva.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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