Ma questa destra è (anche) prodotto di questa sinistra

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(Photo: Insidefoto via Insidefoto/LightRocket via Getty)
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Giorgia Meloni (stamattina in un’intervista al Corriere) continua a sottovalutare e dunque a liquidare l’epicentro della questione posta dall’inchiesta di Fanpage e Piazza Pulita: a trastullarsi con le svastiche e i forni crematori e con le soluzioni finali o parziali da riservare a immigrati ed ebrei non sono le solite periferie del consenso e del pensiero. Stavolta è Carlo Fidanza, capo della delegazione di F.lli d’Italia al parlamento europeo, grosso modo il numero tre del partito: quali siano le eccezionali e dunque ineludibili implicazioni lo si è scritto qui una settimana fa.

Ma su un punto Meloni ha ragione da vendere: quando a sinistra non si sa che fare, e succede spesso, si eleva il lacerante grido dell’antifascismo. Non si è cominciato con Silvio Berlusconi, come dice Meloni, ma molto prima. Ci si ricorderà di Amintore Fanfani, democristiano, sei volte presidente del Consiglio, detto fondatore del fanfascismo. Sulla Dc fascista toccherebbe scrivere manuali, e forse pure su Bettino Craxi ritratto in stivaloni mussoliniani. “Craxi è un fascista, obbligo di indossare la camicia nera”, scriveva l’Unità a fine anni Ottanta, e al congresso della Bolognina – del passaggio dal Pci al Pds – uno striscione con scritto “Craxi fascista” spiegava lo spirito con cui ci si tuffava nel nuovo millennio. Ci avevano capito poco.

E infatti nel 1987 Craxi aveva deciso di incontrare Gianfranco Fini, giovane segretario del Movimento sociale, per stabilire che il tempo dell’esclusione della destra estrema dalla cittadinanza politica era concluso, non c’erano più ragioni storiche, si trattava invece di restituire i missini al gioco democratico secondo una logica centripeta anziché centrifuga. Detto meglio: se li lasciamo nelle fogne non facciamo né il bene nostro né il loro. I gruppi parlamentari del Pci – guidati da Renato Zangheri – sollevarono la vergogna e lo scandalo, parlarono dell’attrazione fatale e sì, ci avevano capito poco dei tempi in arrivo e capirci poco era comodo (a proposito, De Felice diceva che Craxi era estraneo alla retorica antifascista e dunque era fascista pure De Felice).

Soltanto dopo arrivò Berlusconi, il Cavaliere Nero, e ancora oggi capita di leggere commenti sull’errore capitale di Forza Italia, aver sdoganato i post-fascisti, e nemmeno l’evidenza sposta il tiro: la nascita di Alleanza nazionale nello spirito illuminato di Pinuccio Tatarella, Gianfranco Fini con la kippah, persino il maldestro tentativo di Futuro e Libertà, sono lì a dimostrare che l’operazione era riuscita: la democrazia non era finita nelle mani dei fascisti, erano i fascisti che erano finiti nelle mani della democrazia, e non aspettavano altro. Ma niente: per fare l’elenco delle volte in cui Berlusconi è stato chiamato fascista e fascista la sua politica e fasciste le sue leggi ci vorrebbe un’enciclopedia anziché un manuale).

Fascista Craxi, fascista Berlusconi, fascista Salvini e infine fascista Meloni: sì è voluto ricacciare il nemico sempre più a destra con l’ovvio risultato che il nemico si è rifugiato sempre più a destra. E’ un postulato della fisica politica: se non riconosci all’avversario diritto di cittadinanza, l’avversario si difende nell’extraterritorialità. Così ci si sottrae anche all’incomodo di fare i conti con l’altra metà del mondo, quali sono i problemi che solleva, i disagi che vive – intendo: la politica dell’immigrazione di Salvini è Meloni è oscena, ma l’immigrazione resta un fenomeno che andrebbe governato –, si dichiara l’altra metà del mondo fascista e questione chiusa.

Se oggi abbiamo questa destra poco presentabile, è anche colpa della sinistra che ha delegittimato la destra presentabile. Siamo rimasti indietro di mezzo secolo, e i risultati si vedono.



Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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