Mafia, 15 arresti per un affare di riciclo plastica e veleni

Giuseppe Marinaro

Affari e veleni. Il traffico di rifiuti solida frontiera di un business milionario gestito dalla Stidda in provincia di Ragusa. Sangue soldi. Boss e imprenditori, con a capo il pentito-boss Claudio Carbonaro, gestivano soprattutto lo smaltimento e il riciclaggio della plastica, senza andare tanto per il sottile: gli scarti tossici venivano sotterrati nei terreni della provincia di Ragusa, a Vittoria in particolare, creando in questo angolo di Sicilia un vera e propria bomba ecologica.

Quindici gli arresti - 10 in carcere e 5 ai domiciliari - eseguiti dalle Squadre mobili di Ragusa e Catania, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania; cinque i sequestri preventivi di aziende nel settore del riciclo plastiche. Da qui il nome dell'operazione "Plastic free".

Tra i reati contestati l'estorsione pluriaggravata, l'illecita concorrenza con minaccia, le lesioni aggravate, la ricettazione, la detenzione ed il porto di armi da sparo, il danneggiamento seguito da incendio, il traffico illecito di rifiuti aggravato.

Ma anche la gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti: gli indagati smaltivano abusivamente i fanghi speciali provenienti dal lavaggio della plastica, nocivi in quanto costituiti da terra mista a fertilizzanti e pesticidi; i rifiuti venivano interrati e ricoperti con cemento e asfalto o ancora occultati mediante sversamento abusivo nei terreni creando un grave danno all'ambiente.

Il sequestro a Roma 

Le indagini delegate dalla Dda di Catania hanno avuto origine nel 2014 a seguito di un sequestro, a Roma, di calzature contenenti materiali nocivi per la salute. Era stata ipotizzata l'esistenza di un'organizzazione specializzata nel traffico di rifiuti plastici, acquisiti da imprese di raccolta e stoccaggio aventi sede nelle province di Ragusa e Catania ed esportati in Cina, dove gli stessi venivano utilizzati per la fabbricazione di scarpe, poi importate in Italia e commercializzate pur contenendo sostanze tossiche.

Nell'ipotesi investigativa, le materie plastiche di scarto - provenienti dal territorio ibleo - venivano recuperate prevalentemente dai teloni di copertura degli impianti serricoli del vittoriese, e risultavano inquinate da agenti altamente tossici (fitofarmaci e pesticidi).

E' partita, così, una complessa e articolata attività di indagine, svolta dalle Mobili di Catania e di Ragusa con il coordinamento del Sco della Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato, dalla quale è emerso che le principali imprese vittoriesi attive nel settore della raccolta e trasformazione di rifiuti plastici si approvvigionavano dei teli di copertura periodicamente dismessi dalle serre presenti nel territorio ricompreso fra le provincie di Ragusa, Siracusa e Caltanissetta.

C'erano attriti e contrapposizioni tra gli interessati durante il periodo di dismissione dei teli di copertura delle serre, anche in virtù del rilevante valore economico del settore, pari a svariati milioni di euro all'anno. Di conseguenza vi era una forte concorrenza tra le aziende che si occupavano della raccolta della plastica, le quali cercavano di ottenere il monopolio, anche attraverso il ricorso all'intimidazione mafiosa.

'Serre d'oro' e Monopoli

In particolare, è stato accertato che il sistema messo in atto dagli indagati era finalizzato ad ottenere il conferimento, in via esclusiva, della plastica dismessa dalle serre alla Sidi della famiglia Donzelli, tanto che il gip ha applicato la misura cautelare nei loro confronti per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. I Donzelli, titolari di piu' impianti per il riciclo di materie plastiche, riuscivano ad ottenere tale vantaggio economico attraverso l'intimidazione sistematica dei serricoltori e dei raccoglitori di plastica, messa in atto dall'associazione mafiosa, acquisendo una posizione di sostanziale monopolio nel settore, difeso a suon di intimidazioni e incendi.

Il pentito-boss

A capo dell'organizzazione Claudio Carbonaro. Dopo aver completato il percorso come collaboratore di giustizia, ha fatto ritorno dal 2013 a Vittoria, dove negli anni 80/90 si era reso responsabile di atroci crimini (tra gli altri piu' di 60 omicidi), assumendo un ruolo fondamentale per l'associazione mafiosa e ponendosi a capo dello storico clan Carbonaro-Dominante.

In questa occasione Carbonaro ha promosso, organizzato e diretto l'associazione, d'intesa con Giovanni Donzelli, accusato di concorso esterno, e con l'ausilio di Salvatore D'Agosta detto "Turi mutanna", reclutando e coordinando l'attività di raccolta della plastica svolta dagli imprenditori Minardi, tra gli arrestati di oggi, come il boss Carbonaro per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Quest'ultimi, detti i "barbani", avvalendosi della capacità di intimidazione legata all'appartenenza al clan, si assicuravano in via esclusiva la raccolta della plastica, per poi conferirlo, in forza di precedenti accordi, esclusivamente presso le imprese della famiglia Donzelli. L'intervento di Carbonaro nel 2015 ha inoltre permesso di raggiungere un accordo criminale con la famiglia gelese dei Trubia (anche loro colpiti da provvedimenti nel 2016) per la spartizione dei terreni, difatti i Minardi ottenevano l'esclusiva per la provincia di Ragusa. 

La bomba ecologica 

Tra i reati contestati vi è inoltre la gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti. Gli indagati smaltivano abusivamente i fanghi speciali provenienti dal lavaggio della plastica, nocivi in quanto costituiti da terra mista a fertilizzanti e pesticidi. I rifiuti venivano interrati e ricoperti con cemento e asfalto o ancora occultati mediante sversamento abusivo nei terreni adiacenti la Sidi dei Donzelli o in altri terreni di Vittoria, creando un grave danno all'ambiente.

La polizia ha effettuato durante il periodo investigativo anche riscontri mediante videoriprese delle fasi di smaltimento illegale. I reati ambientali commessi dagli indagati hanno permesso di ottenere maggiori profitti, in quanto lo smaltimento abusivo, privo di tracciabilità (per assenza del Fir), non viene conferito presso una discarica autorizzata, con illecito abbattimento dei costi; è stata elusa anche l'Iva da parte dei commercianti materie plastiche, proprio in forza dello smaltimento clandestino. 

Sigilli alle imprese

La procura della Repubblica, nell'ambito dell'operazione "Plastic free" che ha sgominato un vasto traffico di rifiuti in Sicilia, ha anche chiesto ed ottenuto il sequestro preventivo di 5 aziende riconducibili ad alcuni dei 15 arrestati su ordine della Dda di Catania. Il volume di affari complessivo delle aziende sequestrate ammonta a circa 5 milioni di euro, tra queste quelle appartenenti a Giovanni e Raffaele Donzelli, rispettivamente di Comiso e Vittoria, finiti in carcere per concorso esterno, e a Giovanni Longo, di Acate, imprenditori attivi nello smaltimento di rifiuti. Nominato un amministratore giudiziario.