Mafia: figlio procuratore Scaglione, 'a 50 da uccisione mio padre caso ancora irrisolto' (2)

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(Adnkronos) – Quale è il messaggio che le nuove generazioni possono trarre dall'esperienza vissuta da suo padre? "La repressione della mafia deve essere svolta con impegno, rigore, intransigenza e continuità, ma sempre nel rispetto delle garanzie costituzionali – risponde – Un ricordo personale: Assunta nel 1962 la carica di Procuratore capo della Repubblica di Palermo, il 30 giugno del 1963, mio padre fu tra i primi a recarsi a Ciaculli, dove una Giulietta Alfa Romeo, carica di esplosivo era deflagrata causando la morte di 7 appartenenti alle forze di polizia e all’Esercito. In quella drammatica occasione – conclude il figlio del magistrato scomparso – ad un Generale dell’Esercito, che invocava l’applicazione della legge marziale, replicò che i responsabili della efferata strage sarebbero stati perseguiti nell’osservanza delle regole e delle garanzie dello Stato di diritto".

Così, "nonostante un precario apparato di risorse umane e materiali, la Procura della Repubblica, l'Ufficio istruzione penale del Tribunale, la Squadra mobile della Questura e il Nucleo di polizia giudiziaria dell’Arma dei Carabinieri svolsero una intensa e efficace attività investigativa e repressiva che portò al risultato (come si legge negli Atti della Commissione parlamentare antimafia e del maxi processo degli anni 80) di scardinare e disperdere le organizzazioni mafiose e allo scioglimento della Commissione provinciale di Cosa Nostra", definita da Pietro Scaglione “una mastodontica e tenebrosa organizzazione delinquenziale, viva ed operante come gigantesca piovra, che stende ovunque i suoi micidiali tentacoli e tutto travolge per soddisfare la sua sete insaziabile di denaro e predominio".

Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, prima di morire fu promosso e nominato Procuratore generale presso la Corte di Appello di Lecce, sede che avrebbe dovuto raggiungere nei mesi successivi. Nella sua lunga carriera di giudice e di pubblico ministero, iniziata nel 1928, si occupò dei principali misteri siciliani: dal banditismo e dalla strage di Portella della Ginestra agli omicidi dei sindacalisti; dalla strage di Ciaculli alla scomparsa del giornalista Mauro de Mauro. Promosse anche numerosi procedimenti penali per corruzione, concussione, peculato e altri reati tipici dei cosiddetti colletti bianchi. Infatti, come scrisse il giornalista Mario Francese, “Pietro Scaglione era convinto che la mafia avesse origini politiche e che i mafiosi di maggiore rilievo bisognava stanarli nelle pubbliche amministrazioni”. Fu ucciso con l'agente Antonio Lorusso, il 5 maggio del 1971 mentre entrambi percorrevano, a bordo di una Fiat 1300 del Servizio di Stato, la tortuosa via dei Cipressi per raggiungere il Palazzo di Giustizia. Poco dopo essere stato, come di consueto, nella Cappella del vicino cimitero dei Cappuccini, dove era sepolta la moglie.

(di Roberta Lanzara)