Mafia: fratello Emanuela Setti Carraro, 'mia sorella amava Palermo, si dedicava ai deboli'

webinfo@adnkronos.com

(di Elvira Terranova) -"Mia sorella Emanuela era molto dolce e davvero bella. Ed era anche molto caparbia e determinata. Sapeva quello che voleva e lo otteneva". La voce si incrina un po', quando Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela, la giovane moglie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ricorda la sorella morta nell'agguato del 3 settembre di 37 anni fa a Palermo, quando furono uccisi anche il generale e l'agente di scorta Domenico Russo. Paolo Setti Carraro, trent'anni trascorsi in chirurgia d'urgenza, si trova in Yemen. Dieci anni fa decise di mollare il lavoro in ospedale e anche l'attività privata e si è dedicato ai più deboli prestando servizio all'estero. Da qualche tempo si trova in Yemen. E' stato in Afghanistan con Emergency ma anche in Sierra Leone. Sempre dalla parte dei più deboli. E oggi non c'è a Palermo per ricordare la sorella, che nonostante la sua giovanissima vita, si dedicava ai più deboli anche lei. "Sono in Yemen - dice - se fossi a Palermo sarei venuto". Nella sua casa a Milano c'è una gigantografia che raffigura la sorella, bella, bionda e sorridente. Al telefono, con la linea un po' traballante, Paolo Setti Carraro racconta in una intervista all'Adnkronos l'ultima volta che ha sentito sua sorella, poco prima che la mafia uccidesse lei, il marito e l'autista. "L'ho sentita una sera, in maniera velocissima, purtroppo. Chi teneva le fila era la mamma. Avevano fasce orarie ben definite per tenersi in contatto, all'epoca non c'erano i telefonini...".  

"Era nostra madre - dice - che aveva la responsabilità e il privilegio che ha una mamma di sentirla, ed era lei che ci girava le notizie. Spesso si davano degli appuntamenti telefonici. E una sera, mentre Emanuela era a Palermo, al termine di una telefonata con mia mamma l'ho sentita velocemente. Quella fu l'ultima volta". Emanuela Setti Carraro "amava molto Palermo, era entusiasta di questa città, della Sicilia tutta. Per tanti motivi", ricorda Paolo. "La Sicilia era una terra di scoperta per lei, un mondo tutto da scoprire. Aveva un bellissimo rapporto, di affetto, con tutto il personale della Prefettura, ad esempio. Si sentiva coccolata e protetta da tutti. Aveva ricevuto una certa accoglienza e protezione nei suoi confronti. E il fatto che fosse così giovane, in quella situazione, credo che fosse quasi protetta". 

Paolo Setti Carraro replica poi a distanza a Filomena Rizzo, la vedova di Domenico Russo, l'agente morto con Carlo Alberto Dalla Chiesa, che ieri aveva annunciato all'Adnkronos che non avrebbe partecipato alle commemorazioni di oggi. "Non per polemica - ha detto la vedova - ma perché preferisco ricordare Mimmo con gli amici che ci sono sempre stati". "Io se fossi a Palermo verrei, - dice oggi il fratello di Emanuela - Posso capire che la famiglia Russo abbia sofferto tanto, anche doppiamente. Primo perché la perdita del loro caro è avvenuta 12 giorni dopo l'agguato, e nel clamore mediatico la notizia della morte di Domenico è stata trascurata, è quasi passata in seconda o terza linea. Purtroppo, c'è stato un concentrarsi sulle figure di Carlo Alberto e di Emanuela". Anche se sottolinea che "con l'associazione Libera ci sono incontri con i gruppi di familiari delle vittime innocenti, si continua a sottolineare l'importanza di qualunque perdita", perché "a volte i media tentano a privilegiare i loro diciamo 'eroi' trascurando altre vittime".  

E lancia un'idea. "E' una iniziativa di cui ho sentito e che mi ha molto colpito - dice - l'idea sarebbe quella di inserire negli elenchi degli studenti delle scuole elementari, o della scuola dell'obbligo, nei registri di classe, il nome delle vittime innocenti, in maniera che ogni giorno si possa ricordare ai bambini e agli adolescenti, in una classe, il nome di una di queste vittime". "Speriamo che il nuovo governo possa dare una risposta adeguata a una iniziativa del genere", dice. 

E poi, parlando ancora della sorella Emanuela Setti Carraro, che prestava servizio per la Croce rossa, il fratello ricorda: "Di fondo noi due, Emanuela ed io, siamo gli eredi della mamma, perché a suo tempo aveva fatto 5 anni di guerra sulle navi ospedali italiane, prima con la Croce Rossa, poi l'8 settembre era stata fatta prigioniera dai tedeschi e portata in Austria, come primo campo di concentramento. Da lì lei aveva chiesto di andare in Russia al seguito delle truppe italiane in Russia, ma i tedeschi le hanno negato il permesso e l'hanno portata in un altro campo di concentramento . Lì aveva ripreso la sua attività di Croce rossa in un contesto che non era più neutrale. E' rientrata come servizio sanitario della Repubblica di Salò. Una pagina per me dolorosa, per lei coerente. Quindi è una scelta che fatto nella sua vita". 

Anche Emanuela ha fatto parte della Croce rossa. "Dopo avere svolto l'attività di infermiera e avere preso il diploma di strumentista, ha coniugato il suo grande amore per i cavalli con il suo spirito umanitario, che era lo spirito di attenzione verso i bambini e i portatori di handicap - dice Paolo Setti Carraro - Così si è data all'ippoterapia e ha aperto a Milano il centro di ippoterapia che ancora esiste, le Voloire". Emanuela seguì l'impegno materno e si diplomò Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana, la cui abilitazione prevedeva l'equiparazione alle mansioni di infermiera generica. Prestò servizio in particolare presso l'Ospedale militare di Milano e le sale operatorie dell'Istituto di Patologia Chirurgica dell'Università di Milano, diretto da Ugo Ruberti. Prestò servizio anche alla Caserma "Santa Barbara" di Milano, dove introdusse l'attività di ippoterapia con il determinante sostegno del Reggimento Artiglieria a Cavallo.  

"Dopo la morte di Emanuela sono stati aperti una cinquantina di centri di ippoterapia in Italia - dice Paolo Setti Carraro - Questa era Emanuela. E aveva intenzione di riproporlo anche a Palermo per continuare a coniugare la sua passione per l'ippica con il suo interesse per i meno fortunati". E poi aggiunge, con un soffio di voce: "Emanuela era dolce ma anche tanto determinata, caparbia. E ci manca tanto".