Mafia, Marcone (Libera): "Il mio impegno per la memoria delle vittime innocenti"

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“Verità e giustizia: semplicemente queste risposte attendiamo ancora, dopo 27 anni dall’uccisione di mio padre”. A parlare con l’Adnkronos, alla vigilia dell’anniversario della morte, per mano mafiosa, di Francesco Marcone, è la figlia Daniela, che, oltre a essere un funzionario del ministero delle Finanze, è anche, e forse “soprattutto”, vice presidente di Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti. “Ho chiesto il part time al ministero – racconta - per occuparmi con maggiore impegno del tema della memoria delle vittime innocenti per mafia: la memoria è un processo continuo, per ricordare il passato allo scopo che ciò che è successo non capiti più. I morti sono un punto di riferimento, un esempio per sviluppare il senso della comunità e per aprirsi verso una mentalità nuova”.

Una mentalità nuova, che, rispetto a quella degli anni ‘90, oggi mostra qualche segno di cambiamento nella realtà foggiana, dove Daniela Marcone tuttora abita e lavora, ma che per molti aspetti è ancora identica a quella nella quale fu ucciso il padre. “Dopo aver vinto il concorso ho voluto lavorare a Foggia - prosegue - proprio perché altrimenti, se me ne fossi andata, il percorso giudiziario riguardante l’assassinio di mio padre sarebbe stato silenzioso, proprio come avvenne negli otto mesi immediatamente successivi al giorno dell’omicidio, nei quali non siamo stati ascoltati. Foggia era una realtà asfittica, mio padre riceveva in continuazione telefonate, anche a casa - e lo avrei potuto raccontare - nelle quali gli chiedevano di non denunciare: era la cultura del ‘chi te lo fa fare’, del ‘vivi e lascia vivere’. Minacce velate. Una mentalità, purtroppo, oggi ancora diffusa. Chiese a noi figli di rispondere al telefono al suo posto, facendosi negare. Ci disse di fare attenzione a chi avessimo incontrato oltre il portone di casa. Non immaginava che sarebbe stato ucciso lui stesso, proprio nell’atrio del palazzo in cui abitavamo”.

Francesco Marcone dirigeva l’ufficio del Registro di Foggia dal ‘92 e, fin dal suo arrivo, “si era reso conto – dice ancora la Marcone - che molte cose andavano risolte: iniziò a spostare di reparto le persone perché si era accorto dei meccanismi clientelari fra l’interno dell’ufficio e l’esterno. C’era corruzione, legami di interesse. Segnalò la diffusa evasione di alcune imposte come l’Iva. L’ultima denuncia, alcuni giorni prima di essere ucciso, fu contro dei ‘faccendieri’ - così li chiamò mio padre - che fermavano le persone all’ingresso dell’ufficio proponendo il disbrigo delle pratiche in cambio di denaro. Questi faccendieri facevano capo a un funzionario comunale che gestiva il giro. Denunciò questo malcostume dicendo che ‘ci sono falsi mediatori e di segnalare qualunque intermediazione’. Lanciò un segnale ai dipendenti. Ma mio padre fu lasciato solo, nessuno nel ministero delle Finanze gli diede supporto”.

“Oggi - dice con rammarico – non conosciamo ancora chi siano stati i mandanti, ma sappiamo ad esempio chi ha fornito la pistola. Ci sono delle archiviazioni e non si possono fare i nomi, documenti importanti che mostrano pezzi di verità. Alludendo al mondo dei professionisti e dell’imprenditoria ‘chi poteva collaborare per svelare la verità non ha parlato’, ha sintetizzato nelle sue conclusioni finali del processo il magistrato Lucia Navazzo”. Un processo rimasto senza colpevoli e archiviato.

Una mentalità omertosa ancora presente a Foggia, secondo la Marcone, in un territorio dove manca la collaborazione sia fra i cittadini che fra questi e le istituzioni. “Dobbiamo ipotizzare – spiega - che queste persone abbiano vissuto in una situazione di paura fin dagli anni ‘90, quando la ‘mafia del capoluogo’ uccise due costruttori che non volevano sottostare alle estorsioni legate all’edilizia. Allora si evitava perfino di pronunciare la parola ‘mafia’, sostituendola con ‘mala’. Ma oggi la scuola può intercettare le nuove generazioni che vogliono uscire dal questa mentalità. I giovani devono farsi un’idea per uscire dall’humus mafioso, ma noi adulti dobbiamo fornire loro gli strumenti, dargli delle strade da seguire: dobbiamo essere dei punti di riferimento. Certo, la pandemia non li aiuta, perché i ragazzi stanno perdendo il senso della comunità. Lo stare insieme. Io stessa ho avuto il supporto di due insegnati che, subito dopo l’uccisione di mio padre mi hanno detto di ‘non volermi lasciare sola’: senza il loro aiuto non ce l’avrei fatta. Per sopravvivere è necessario agire in rete con gli altri. La strada per combattere la mafia è quella di gruppo, da soli non la si può sconfiggere”.

Daniela Marcone parla anche dell’impegno delle donne contro la mafia e del progetto ‘Liberi di scegliere’, una rete, creata all’interno di Libera, per le donne che fuggono dalle mafie: “Le donne sono la grande forza che, a partire dall’ambiente mafioso, può reagire alla mafia. Sono una grande risorsa in questa lotta. Anche per questo motivo la settimana scorsa ho partecipato all’incontro organizzato da Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) nel quale si è sottolineata l’esigenza di commemorare, il 21 marzo, le vittime innocenti di mafia. Le donne costituiscono anche in questo un impulso fortissimo. In quell’incontro - sottolinea – si è parlato fra l’altro dell’importanza di evitare la ‘memoria selettiva’ e addirittura l’anonimato dei morti per mafia. Come Libera, abbiamo costruito un elenco di vittime per nominarle una a una: è il ‘diritto al nome’, come dice don Ciotti. Significa garantire a ogni persona il ricordo della sua storia, è un discorso etico e costruttivo. Ricordare la storia significa capire ciò che accade nei diversi territori. Ancora una volta, la memoria ha un contenuto pedagogico fortissimo, arriva a raccontare ciò che è accaduto ma anche come la mafia si è evoluta. Serve a capire cosa fanno oggi le mafie, come si sono modernizzate, che è fondamentale per contrastarle”.

Di Cristiano Camera