Mail, SMS e Whatsapp diventano prove processuali

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“Tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te”. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase mentre guardavamo un film - 9 volte su 10 americano - in cui qualcuno veniva arrestato? Ecco, quella celebre battuta andrebbe aggiornata con “Tutto quello che scriverai sui tuoi mezzi digitali”. E non negli Usa, ma in Italia.

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Il 17 luglio scorso, infatti, la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza che, tra le righe, dà efficacia di prova nel giudizio civile alle email e ai messaggi mandati e ricevuti dallo smartphone. In altre parole, quei contenuti diventano prove processuali e contribuiscono a definire il giudizio poi racchiuso nella provvedimento del giudice.

Detta così, viene da chiedersi: ma non lo erano già? Che una mail o un messaggio su WhatsApp, se riferito a una vicenda così complicata da essere decisa in tribunale, non potessero aiutare ad arrivare a una soluzione, sembra strano. In realtà, fino alla decisione della Cassazione, la legge ha attribuito efficacia di prova solo alla PEC, cioè la posta elettronica certificata: l’unica, con le lettere cartacee, che poteva entrare nel fascicolo degli atti sulla base dei quali il giudice avrebbe deciso.

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Ora cambia tutto. E non solo per quanto riguarda i messaggi. Un’importante modifica riguarda l’onere della prova: non sarà il mittente del messaggio a dover dimostrare l'invio e la ricezione del destinatario, ma sarà quest’ultimo concretamente che la realtà è diversa da quella che è raccontata dal messaggio. Si tratta di una modifica importante, perché a oggi si poteva controllare la comunicazione fosse partita da un preciso dispositivo e arrivata a un altro, altrettanto preciso, solo con una perizia; la stessa serviva anche per verificare che non fossero falsi informatici o che fossero effettivamente stati letti. Ciò significava dover consegnare al perito il telefono, con tutti i disagi del caso.

La Cassazione ha così stabilito analizzando il caso di un padre che ha negato all'ex moglie la propria parte di retta per l'asilo del figlio, dicendo di non aver mai autorizzato questo tipo di contributo. E invece un SMS lo smentisce, e la Cassazione ha sottolineato che ciò ha forza probatoria, aprendo la strada a un cambiamento importante.