Carige salvata: Genova ha ancora una banca

Sara Tagliente

Aspettano le navette per il ritorno a casa; e sono sorrisi, strette di mano, qualcuno si abbraccia. Sono i piccoli azionisti di Banca Carige, arrivati dall’entroterra, dalla province, da regioni vicine. Finisce in un assolato pomeriggio di settembre uno dei giorni più tormentati della storia della Cassa di Risparmio di Genova. Ma finisce bene, con numeri netti: il 91, 04% dell’assemblea degli azionisti ha approvato il progetto di aumento di capitale per complessivi 900 milioni di euro. L’istituto è salvo, non fallirà. Insomma, Genova avrà ancora una banca.

Forti erano i timori alla vigilia per il maggior azionista della banca, Vittorio Malacalza, che con la sua Malacalza Investimenti e una quota del 27, 55%, era fondamentale per il salvataggio: un suo no o anche una semplice astensione avrebbe fatto saltare tutto. E lui, a quanto trapelava da ambienti vicini, non era favorevole al piano di salvataggio, anzi: due aumenti di capitale sottoscritti e persi lo avevano contrariato rispetto a questa ennesima ipotesi di rimessa “in forma”. Questa mattina aveva voluto registrarsi come persona fisica all’assemblea e quindi in veste di “piccolo azionista”, come da lui stesso dichiarato all’entrata. Poi aveva richiesto la parola per un intervento. Infine, all’ora di pranzo, è andato via consentendo una svolta “serena” nel pomeriggio per la votazione. Una ritirata che ha permesso a Carige di non saltare per aria.

“Non so come illustrare la scelta di non partecipare al voto di Malacalza Investimenti - dice Raffaele Lener, commissario straordinario indicato a gennaio da Banca D’Italia che ha presieduto l’assemblea - evidentemente hanno ritenuto di non poter votare né a favore né contro e quindi hanno preferito rimanere assenti”. Secondo le indiscrezioni dell’ambiente, la mossa di Malacalza sarebbe strategica. Da un lato ha preferito non procurarsi un danno di immagine per la responsabilità di affossare un istituto storico come banca...

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