Mamme lavoratrici in Italia: ma chi ce lo fa fare?

mamme lavoratrici come fare senso di colpa

È un sabato sera piacevole, una chiacchierata tra amici, una buona pizza nel centro di Napoli e una conversazione tipica di questo momento della mia vita. L’avrò sentita almeno 150 volte questa domanda da quando è nata mia figlia Anna, un anno e mezzo fa: “Come fai?”. Un quesito che racchiude diversi aspetti, dalla questione più pratica a quella più affettiva. Per “come fai” si intende: a non sentirti in colpa quando lasci una bambina piccola che piange perché vuole stare con te; come fai a conciliare il tuo lavoro di giornalista, inviata di una delle trasmissioni più famose e competitive del panorama giornalistico italiano ed essere anche una mamma felice. “Come fai”, tu che spesso devi dormire fuori la notte, che devi partire all’ultimo secondo e soprattutto tu che hai un marito che fa il medesimo lavoro e ha quindi le stesse esigenze.

Questa volta è diverso però, questa volta non ho accettato la domanda e il mio volto è passato dal verde al rosso alla velocità della luce. Mi stavo per mangiare viva la quarantacinquenne colta e affermata che ha sfacciatamente posto a me e solo a me l’interrogativo, nonostante mio marito stesse proprio lì accanto a mangiarsi una gustosa marinara. Non ci voleva la sensibilità politica di Nilde Iotti né di Tina Anselmi per provare a comporre una semplice e logica equazione: “Una bambina, due genitori. Due genitori = due responsabilità”.

Mamme lavoratrici e l’eterno senso di colpa

“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti, e cambiano la percezione delle cose, la stravolgono. “Come fate con la bambina?”. Plurale accidenti, plurale. Anni e anni di femminismo buttati nel gabinetto. Questa tipologia di donne rimane single perché fa più figo emanciparsi, sceglie di non fare figli perché fa altrettanto figo e poi sbaglia le parole, che però sono forma e sostanza. Per le mamme lavoratrici sono il nemico numero uno, specie sul lavoro. Solidarietà? Zero. “Ci organizziamo”, ho risposto. Io e mio marito. La sua faccia perplessa, sgomenta: “ Davvero?”. No le ho risposto, pratichiamo la mano invisibile di Smith anche per crescita di nostra figlia, un misto tra il metodo montessoriano ed il metodo “sti cazzi”, in qualche modo crescerà. La signora non ha più risposto e poverina ha passato un brutto quarto d’ora, io però ho continuato a riflettere sul fatto che in effetti non lo so manco io “come faccio”, “come facciamo”. E farla semplice non aiuta nessuno, perché è una bugia, non è semplice per niente.

Il senso di colpa ti stende, ti stritola lo stomaco e sei sempre in bilico tra quello che vuoi continuare ad essere e quello che sei adesso. Una madre con delle responsabilità e dei momenti stupendi che vuoi non farti scappar via. E poi c’è quel retro pensiero insito nella coscienza collettiva che percepisci e ti stende. Quello per cui se c’è un sacrificio da fare sei tu mamma a doverlo fare. È il –mio- stipendio che se ne va per le spese di nostra figlia, non quello di mio marito. Paghiamo una signora che ci aiuti in casa perché –io- lavoro e non ho tempo né energie. Non noi, io. E nostra figlia piange perché –io- devo andare al lavoro, non noi.

Mamma che fatica!

Superate queste masturbazioni mentali a cui la collettività, non proprio nord europea, ti sottopone c’è il tema più pratico. Come riuscire a continuare a lavorare con i nidi che chiudono alle 17 massimo, con tua figlia che si ammala (eh sì succede anche a lei), con la baby sitter che ti costa come una casa al mare, con i contributi da pagarle, le ferie, le sue malattie, i nonni lontani, il mutuo da pagare e magari quella malsana idea di farne un secondo di figlio, perché i ricordi di una sorella sono straordinari e non vorresti privare tua figlia di questa gioia. Un lusso inaccettabile, imperdonabile, un oltraggio alla corte dei miserabili di questo Paese. È cosi che Chiara ha raccontato l’episodio spiacevole che le è accaduto nell’azienda dove lavorava da 15 anni. “Ti conviene accettare l’offerta, se rientri al lavoro ti faranno morire”. Tutto questo perché incinta del secondo figlio. E a morire intanto è il Paese, di ignoranza e arretratezza, di inerzia e immobilismo. Un abbraccio a Chiara e alle tante Chiare che non hanno il coraggio di denunciare, di ribellarsi. E soffrono, rinunciano.