Manca la carta, i prezzi lievitano, il libro è in crisi: un intero settore a rischio

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È esplosa la “guerra della carta” e il libro rischia di rimanere ferito. La crisi delle materie prime non lascia fuori nessuno: a gas, acciaio e legno, si unisce la penuria di cellulosa. La materia prima usata per fare la carta oggi scarseggia e i prezzi lievitano, arrivando anche a segnare +70% rispetto alla fine del 2020. I tempi di attesa per ricevere i rifornimenti aumentano, e a far sentire il loro peso ci si mettono anche gli aumenti dell’energia consumata dalle cartiere. Le ripercussioni sono inevitabili sulla stampa dei volumi e sulla sopravvivenza delle tipografie e delle case editrici.

I ritardi nelle consegne si stanno acutizzando in un periodo dell’anno che per gli editori è cruciale: le festività natalizie sono alle porte e non è detto che chi sta fissando gli ordini adesso riesca ad avere i volumi pronti per dicembre. “Come mancano i microchip a chi produce automobili, al nostro settore manca la carta per fare i libri proprio nel momento in cui se ne avrebbe più bisogno. I costi sono cresciuti e gli aumenti si riversano su tipografie ed editori”, spiega all’HuffPost Riccardo Cavallero, editore di SEM libri – Società Editrice Milanese.

“A soffrire sono soprattutto i piccoli editori perché - prosegue Cavallero - hanno minor potere di negoziazione con lo stampatore, che a sua volta compra la carta. Per recuperare bisognerebbe alzare il prezzo di copertina rifacendosi sul lettore ma ciò non è fattibile, men che meno su libri che sono in catalogo da anni. L’unica soluzione è ridurre la produzione”. Il direttore di SEM spiega che, se da un lato questo è positivo perché porta a una maggiore selettività, dall’altro rischia di essere controproducente: “Noi siamo di medie dimensioni, ma specialmente per una piccola casa editrice scendere sotto i 10-15 titoli pubblicati all’anno equivale ad essere tagliati fuori dal mercato”.

Gli editori chiedono un intervento concreto. “Gli ultimi mesi erano di ripresa, ma l’editoria è un settore che storicamente non ha mai navigato nell’oro, dunque non dispone di risorse a cui attingere per poter fronteggiare la crisi della carta nel caso in cui essa dovesse prolungarsi. Il governo in questi anni ha fatto molto per il settore dell’editoria: dal bonus per i 18enni ai contribuiti per le biblioteche, eppure di interventi diretti per gli editori non ne sono mai arrivati. Per noi il credito d’imposta sulla carta sarebbe una misura utile, un segnale di attenzione”, aggiunge Cavallero.

Non solo realtà indipendenti. Le difficoltà stanno colpendo anche i grandi gruppi editoriali, ci assicura Alfredo Catalfo della piccola Edizioni Efesto. “Oltre che editore sono libraio e noto che anche le realtà più grandi, comprese quelle di tipo scolastico, stanno riscontrano lentezze e problemi con le ristampe. A breve si prevedono ulteriori aumenti a monte, cosa che per noi case editrici si tradurrà inevitabilmente nella necessità di rivedere i prezzi di copertina. Ovviamente questo sarà assai difficile quando si tratterà di ristampare i titoli già in catalogo, i cui prezzi sono fermi da anni”. “Personalmente ancora riesco a gestire la situazione: le mie due tipografie di riferimento non hanno ancora applicato aumenti, ma mi hanno detto che è solo questione di giorni. Purtroppo col Natale alle porte molti colleghi stanno già facendo scelte sofferte per le ristampe, rallentando con le nuove pubblicazioni”, aggiunge Catalfo.

A monte quelle che soffrono, dunque, sono le tipografie. “Fino ad ora non abbiamo aumentato i prezzi alle case editrici ma da novembre - ci piange il cuore doverlo dire - saremo costretti a farlo. Speriamo che gli editori comprendano la nostra necessità. Abbiamo aspettato fino al Salone del Libro di Torino, per cui avevamo tanti ordini, ma non possiamo più andare avanti così”, racconta all’HuffPost Antonio Bechini, socio di Geca Industrie Grafiche, realtà specializzata nella stampa di libri per gli editori indipendenti. “I rincari per il prezzo all’editore dipenderanno dal tipo di prodotto scelto: per carta editoriale si stima una media del +6%, per carte bianche almeno un +10/12%. E va specificato che i nostri saranno prezzi calmierati perché siamo riusciti a stoccare un quantitativo sufficiente di carta prima che gli aumenti raggiungessero picchi ancora più elevati”, prosegue.

Bechini spiega che “gli aumenti, iniziati gradualmente, erano già stati annunciati dalle grandi cartiere europee nell’aprile 2021. Così la nostra azienda si è premunita e, a partire da maggio, ha rinforzato il magazzino in modo da non modificare i prezzi al cliente. Poi da metà settembre è esplosa la ‘guerra della carta’: gli aggiornamenti prezzo si sono susseguiti di settimana in settimana”. “A un aumento del costo della cellulosa si è unito quello del costo del gas naturale, che viene utilizzato in maniera massiccia dalle cartiere da cui ci riforniamo. Per non rimanere sguarniti abbiamo stoccato carta in bobina, pagandola già molto di più, fino a fine dicembre. Fare più di questo non è stato possibile. Per come stanno le cose, purtroppo non mi sento di dire che saremo coperti anche per il mese di gennaio: le variabili coinvolte sono troppe”, aggiunge il socio di Geca.

Insomma, le tipografie hanno dovuto fare di necessità virtù organizzando magazzini e forniture per tempo. A confermarcelo è anche Marco Zapparoli, presidente di ADEI - Associazione degli Editori Indipendenti: “Prevedendo il problema, molti stampatori hanno assunto una posizione etica facendo tutto il possibile per avere stock di carta sufficienti a soddisfare la richiesta, senza causare eccessivi disagi a noi editori. Chi compra carta adesso ha molte difficoltà in più. C’è chi è stato previdente, altri purtroppo non sono stati altrettanto bravi”.

A dover giocare d’anticipo sono stati anche gli editori, sia con la comunicazione delle date di uscita dei libri che con quello del numero di copie da stampare per ognuno, in modo da accaparrarsi la carta necessaria presso le tipografie. In questo caso, sia per i piccoli che per i grandi editori, la criticità è costituita dal fatto che l’andamento del mercato editoriale non si può prevedere con così tanto anticipo e che l’arrivo di un “caso editoriale” potrebbe rivoluzionare i piani dell’editore all’ultimo minuto. Per non parlare degli instant book, i libri riguardanti fatti politici o di cronaca di grande risonanza, realizzati e pubblicati a brevissima distanza di tempo dall’avvenimento in questione. “Vanno poi considerate le ristampe in corsa, quelle di volumi che vendono tanto in un breve arco di tempo. Sono tutte situazioni non prevedibili a cui, in questa situazione, non possiamo porre rimedio”, dice Zapparoli di ADEI. Così le occasioni (e le entrate) perse per gli editori rischiano di moltiplicarsi.

La crisi della carta, va ricordato, è sintomo di problemi globali. Come accennato essa mostra che, passate le chiusure dettate dall’emergenza Covid, la logistica fatichi a tenere il passo della ripresa. Il lavoro di porti e trasporti marittimi, infatti, non è ancora tornato a pieno ritmo. Ma a gravare sui costi della carta sono anche i prezzi dell’energia elettrica e del gas, che le cartiere utilizzano in grandi quantità. Lo chiarisce Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta.

″È una questione che riguarda non solo l’editoria, ma tutti i settori tra cui gli imballaggi e la carta per usi igienico-sanitari”, dice Medugno sul Giornale della Libreria. Il numero uno di Assocarta spiega infatti che per una cartiera materia prima ed energia sono i primi due costi: “Entrambi pesano per circa il 20-30 per cento sul bilancio delle aziende. Sul costo della materia prima poco si può fare e l’Italia è allineata al resto del mondo, ma sui costi energetici invece le aziende nazionali sono penalizzate rispetto all’estero, essendo i costi più alti”.

Le cartiere chiedono al governo di agire secondo norme approvate nel 2018 ma mai attuate, che servirebbero a salvaguardare le imprese energivore (le cartiere sono tra queste, insieme alle acciaierie) ripagandole dai costi extra sul gas derivanti dalle politiche climatiche, secondo linee di condotta approvate dalla Unione Europea per evitare le delocalizzazioni verso Paesi dove le produzioni sarebbero ancora più inquinanti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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