"Mancano i medici, lasciano e non vengono sostituti. Mai visti numeri del genere”

·9 minuto per la lettura
- (Photo: Charnsit Ramyarupa via Getty Images/EyeEm)
- (Photo: Charnsit Ramyarupa via Getty Images/EyeEm)

Se il bastone di Esculapio, un serpente attorcigliato attorno ad una verga, è l’antico simbolo della medicina, parlando di organici sanitari in tempi di pandemia un’immagine più calzante potrebbe essere l’Uroboro, un serpente che si morde la coda. Prepensionamenti, perdite umane, dimissioni volontarie, burnout, disturbo da stress post-traumatico: dopo quasi due anni di Covid, medici e infermieri arrancano e le corsie si svuotano.

Secondo un’analisi di Lavoce.info, nel secondo trimestre 2021 il comparto sanità/sociale ha visto una crescita delle dimissioni volontarie pari al +44%. Il dato riflette l’allarme lanciato dai sindacati nel corso della pandemia: molti operatori sanitari impegnati in prima linea nell’emergenza - in Italia e nel mondo - hanno detto addio alla professione, fortemente provati dagli sforzi fisici e psicologici. Le storie erano comuni: paura di contrarre il virus e/o di contagiare i propri cari, paura degli estranei nei loro confronti.

Di fronte alla crescente carenza di medici ospedalieri e di famiglia, ”è forse necessario valutare scelte coraggiose” e “pensare di reperire queste personalità anche in altri luoghi, se abbiamo difficoltà a trovarle nel nostro Paese”, ha suggerito Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio. “Nei prossimi mesi avremo uscite rilevanti nel personale medico con prepensionamenti, anche nella medicina del territorio. Uscite non sempre accompagnate dal turnover che consente di non abbassare livelli di assistenza”, ha proseguito l’assessore partecipando al convegno L’Italia e l’Europa: il futuro dei sistemi sanitari dopo la pandemia, promosso dalla Fondazione Italia in salute.

“Circa 300 borse di Medicina d’urgenza sono andate vacanti, non sono state assegnate - ha ricordato D’Amato - forse anche qui occorre vedere ciò che hanno fatto in altri Paesi e pensare di recuperare i professionisti nei flussi migratori. Perché non dare permessi di soggiorno, a chi ha qualifiche riconosciute dallo Stato, per venire a lavorare in Italia? Ne abbiamo bisogno, nel Lazio abbiamo molte difficolta a reclutare gli specialisti”. “La carenza medici è un disastro annunciato da più di 10 anni ma nessuno ci ha ascoltato. È mancata la programmazione di soluzioni politiche: adesso tutti pagano un prezzo alto, sia i medici che i pazienti”, ha commentato Foad Aodi, fondatore dell’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (Amsi).

Ma il problema della carenza di personale sanitario, dicevamo, non si limita all’ambito locale e men che meno all’Italia. Nelle stesse ore in cui l’assessore D’Amato lanciava un appello per il reperimento di risorse dall’estero un approfondimento pubblicato da The Atlanticfaceva luce internazionale sulla percentuale di operatori sanitari che hanno perso il lavoro durante la pandemia, su chi è scomparso per colpa del Covid, su quelli che sono stati costretti ad andarsene perché hanno contratto il virus in forma grave e non sono più in grado di lavorare. E su coloro che hanno scelto di dare volontariamente le dimissioni, comprese “le persone che avrebbero assistito i pazienti fino al giorno della loro morte”, dice Amanda Bettencourt, presidente eletta dell’American Association of Critical-Care Nurses.

Il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti stima che il settore sanitario ha perso quasi mezzo milione di lavoratori da febbraio 2020. Un sondaggio di Morning Consult ha rilevato che durante la pandemia il 31% degli operatori sanitari ha preso in considerazione l’idea di lasciare il proprio posto di lavoro, mentre i numeri dell’American Association of Critical-Care Nurses dicono che il 66% degli infermieri di terapia intensiva in questi mesi ha pensato di mettere fine alla propria carriera.

“Non avevamo mai visto numeri del genere”, dice la presidente Bettencourt a The Atlantic. Normalmente, spiega, soltanto il 20% del personale prenderebbe in considerazione l’idea di lasciare il proprio posto di lavoro, per non parlare della professione. Esther Choo, un medico di pronto soccorso presso l’Oregon Health and Science University, afferma di tremare ogni volta che un collega le si avvicina alla fine di un turno: teme che possa essere il prossimo ad annunciarle le dimissioni.

Dalle corsie agli studi dei medici di famiglia, il malcontento è unanime. “Come tutto il sistema sanitario, anche noi medici di base siamo stati sottoposti a una pressione senza precedenti. Nelle primissime fasi della pandemia eravamo perfino sprovvisti di dispositivi di protezione individuale: i colleghi morti di Covid sono stati tanti, troppi”, racconta all’HuffPost il dottor Angelo Testa, presidente nazionale Snami (Sindacato Nazionale Autonomo dei Medici Italiani). Il medico prosegue sottolineando che “a fronte delle accuse di non aver fatto abbastanza, è stata proprio la medicina territoriale a svolgere un ruolo fondamentale nelle attività di tracciamento e screening, e poi anche nelle vaccinazioni”.

“Sono anni che denunciamo di essere sotto organico: i medici vanno in pensione e non vengono sostituiti da nuove leve adeguatamente formate. L’arrivo del Covid ha accelerato il processo anticipando molti pensionamenti anche di cinque anni - prosegue il presidente Snami - sono tanti i colleghi che dicono di essere stanchi e di non farcela più reggere il peso delle attività ordinarie e straordinarie quotidiane, di una pressione professionale sempre maggiore. E dal ritiro previsto per i 68-69 anni, scelgono di dire stop già attorno ai 63-64”. Oltretutto, denuncia Testa, “la categoria è in attesa di un rinnovo del contratto da nove anni. Tutti questi elementi messi insieme non aiutano: si sta distruggendo la medicina di base, una realtà centenaria, andando a discapito della salute del cittadino”.

Medici e infermieri, sono persone abituate a vivere la morte, lo stress e i traumi. Ma il Covid-19 ha sconvolto gli equilibri, mettendo a dura prova anche i professionisti più esperti e preparati alle emergenze, trasformando lavori difficili in qualcosa di insostenibile. The Atlanticriporta le testimonianze di chi, nella primavera del 2020, è stato testimone di fatti che non dimenticherà. “Passeggiavo davanti a un camion refrigerato pieno di cadaveri mentre sui muri dell’ospedale c’erano immagini del personale delle pulizie e delle infermiere che non ce l’avevano fatta”, dice qualcuno. E un altro: “Sembrava non esserci nulla che potessimo fare. Avevamo finito anche i sacchi per i cadaveri”.

Ora che la prima ondata è lontana, per gli operatori sanitari il dramma si ripete: vogliono aiutare i loro pazienti, ma si sentono impotenti. La maggior dei ricoverati non è vaccinata e il loro decorso è più complesso. Inoltre, riporta la testata americana, “anche dopo essere stati ospedalizzati, alcuni resistono alle procedure mediche di base come il posizionamento prono o l’ossigenazione”.

“Alcuni hanno aggredito infermiere, gettato spazzatura nelle loro stanze e urlato di volere l’idrossiclorochina o l’ivermectina”, si legge nel racconto d’oltreoceano. Oltre a rendere difficili le giornate lavorative, queste esperienze stanno infliggendo profonde cicatrici psicologiche nel personale sanitario: alcuni lo chiamano burnout ma Gerard Brogan, direttore dell’infermieristica presso la National Nurses United, dice a The Atlantic di non amare questo termine perché “implica una mancanza di carattere”.

Secondo Brogan, invece, gli operatori sanitari non si dimettono perché non riescono a gestire il loro lavoro, se ne vanno perché non riescono a sopportare di non essere messi nelle condizioni di svolgerlo: anche prima del coronavirus molti lottavano per colmare il divario tra nobili ideali e realtà, ma la pandemia li ha portati oltre i limiti del compromesso.

Da uno studio presentato a febbraio 2021 dall’Associazione EMDR Italia e condotto in 17 ospedali e RSA, è emerso che il 71,2% degli operatori sanitari ha avuto livelli di ansia superiori. In relazione al burnout, più del 60% ha riportato livelli da moderati a elevati; il 74,4% ha riportato livelli da moderati a elevati di ridotta realizzazione personale. Livelli clinici di depressione sono stati inoltre identificati nel 26,8% dei partecipanti, di ansia nel 31,3% e di stress nel 34,3%. Infine, il 36,7% ha riportato sintomi di stress post-traumatico.

“Dopo quasi due anni di pandemia è arrivato il momento di riconoscere ai medici e agli infermieri il grande ruolo che hanno avuto. Pensiamo alle code delle ambulanze davanti ai Pronto Soccorso, agli assalti No Vax, agli oltre 130mila morti di Covid. Dobbiamo capire quanto sia importante umanizzare gli ospedali e riconoscere ai medici che fanno un lavoro usurante”, ha dichiarato recentemente all’HuffPost Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile. Lo specialista ha sottolineato quanto sia necessario sostenere il personale sanitario nella capacità di gestire se stessi e il paziente: “Serve una terapia sistemica per medici, infermieri e ospedali. Andiamo nelle situazioni traumatiche, creiamo un clima quotidiano più vivibile per loro. E organizziamo i reparti nel modo più adeguato e coerente”.

Oggi, intanto, i medici dei pronto soccorso italiani sono scesi in piazza a Roma “contro l’impoverimento del Servizio sanitario nazionale”, che “sta perdendo uno dei suoi pilastri fondamentali: le strutture che garantiscono il soccorso e le cure in emergenza e urgenza”. A dirlo è Simeu, la Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza. In Italia nel 2019 “si sono contati un totale di 24 milioni di accessi in pronto soccorso, orientativamente un’emergenza ogni 90 secondi. Oggi non solo non diminuiscono, ma aumentano. Nel 2021 le performance peggiorano perché le capacità di risposta si sono ridotte”, ha ricordato società scientifica.

“Oggi mancano all’appello 4.000 medici che rappresentano circa il 30% della struttura organica necessaria per far funzionare adeguatamente i pronto soccorso e questo non è solo un numero che impressiona per la sua grandezza”, avverte la Simeu. “Non sappiamo come potremo affrontare l’inverno - evidenzia Andrea Fabbri, responsabile del Centro studi e ricerche Simeu - Solo negli ultimi due anni, dall’inizio della pandemia, abbiamo subito una perdita netta complessiva di circa 2.000 medici. In realtà il depauperamento degli organici di pronto soccorso viaggia - secondo la rilevazione che abbiamo terminato proprio in questi giorni - a un ritmo ancora più veloce: circa duemila medici solo nell’ultimo anno. Questi numeri ci indicano che ogni due professionisti che abbandonano troviamo una sostituzione solo per uno di essi. Viviamo ormai in un perenne stato di allerta e ogni giorno è peggiore di quello precedente″.

La Simeu ha lanciato l’allarme sulle gravi difficoltà delle strutture che garantiscono il soccorso e le cure in emergenza e urgenza. A scendere in piazza oggi a Roma in piazza Santi Apostoli sono stati i medici e infermieri, “accomunati da competenze e passione, vogliono sensibilizzare cittadini e decisori sulla drammatica crisi che incombe sulla nostra attività - ha afferma il presidente nazionale Simeu, Salvatore Manca - il nostro messaggio è drammaticamente banale: senza un’emergenza urgenza efficace, senza un servizio di pronto soccorso strutturato e all’altezza delle reali necessità, non può esistere un efficiente Servizio sanitario nazionale. Parliamo a ragion veduta, perché nonostante le carenze continuiamo a mantenere in funzione i servizi. Ma siamo arrivati in fondo″.

“Il profondo disagio vissuto dai professionisti di Emergenza Urgenza coincide con le inaccettabili condizioni in cui versano i pazienti in molti pronto soccorso. Medici, infermieri e pazienti pagano il prezzo delle medesime carenze, tra attese infinite per un posto letto, strutture inadeguate e le difficoltà legate a personale numericamente insufficiente - ha spiegato Fabio De Iaco, responsabile dell’Accademia dei direttori Simeu - Medici e infermieri dell’emergenza urgenza vengono trattati con ‘indifferenza’ da troppo tempo, nonostante il tremendo carico psico-fisico che sostengono, per un impegno professionale che non trova paragoni nell’ambito del Ssn. Vorremmo essere percepiti per quel che siamo: dai professionisti come colleghi, dalle istituzioni come interlocutori tecnici, dai cittadini come difensori dei diritti dei pazienti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli