Mani non pulitissime

·4 minuto per la lettura
In alto, da sinistra, Piercamillo Davigo e Paolo Storari, in basso Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro (Photo: Ansa)
In alto, da sinistra, Piercamillo Davigo e Paolo Storari, in basso Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro (Photo: Ansa)

Un’epoca si sta chiudendo a Milano. E si sta chiudendo male, per almeno alcuni dei suoi protagonisti. Le ultime novità arrivano da Brescia, dopo un passaggio a Roma, ma colpiscono il cuore della procura di Milano. Teatro, per 30 anni, di inchieste che hanno travolto la politica e sconvolto il Paese, anche con intenti moralizzatori. Da Mani Pulite in poi.

Questa volta però le mani messe sotto la lente d’ingrandimento, nel sospetto che qualche macchiolina ci sia, sono quelle di alcuni magistrati. Gli stessi che di quella procura hanno, a vario titolo, fatto la storia. Alla procura di Brescia, che ha concluso le indagini su quattro toghe che lavorano, o hanno lavorato, negli uffici che ancora per poco saranno guidati da Francesco Greco, su queste mani si concentra qualche sospetto. Francesco Prete, capo dei pm di Brescia, ha infatti concluso le indagini preliminari - atto che tendenzialmente precede il rinvio a giudizio - nei confronti di Piercamillo Davigo, già nome di grande spicco della procura di Milano, che ha concluso la sua carriera al Csm, Paolo Storari, Fabio Di Pasquale e Sergio Spadaro. Archiviata invece la posizione di Francesco Greco, proseguono le indagini sul procuratore aggiunto Laura Pedio.

I nomi sono noti, le vicende meritano di essere ricordate: Davigo e Storari da inquirenti sono finiti indagati per un verbale uscito irritualmente dalla procura e finito, altrettanto irritualmente, nel cassetto di Davigo e poi, per colpe non attribuite a quest’ultimo, nelle redazioni di alcuni giornali. In quei verbali c’erano dichiarazioni di Piero Amara, avvocato, condannato in altra sede per corruzione, e ultimamente gola profonda di varie procure. Con dichiarazioni talvolta riscontrate, talvolta meno. In estrema sintesi: durante un interrogatorio con Storari, Amara racconta l’esistenza di una presunta loggia Ungheria, alla quale apparterrebbero uomini delle istituzioni. Storari vuole che queste dichiarazioni siano riscontrate e, dice lui, si rivolge a Greco affinché sia aperta un’inchiesta. Poiché, a suo dire, il procuratore capo tentenna, cosa fa Storari? Consegna i verbali a Davigo, all’epoca consigliere del Csm. Non avrebbe dovuto farlo, o almeno non così, suppone la procura di Brescia e lo accusa di rivelazione di segreto d’ufficio. Ora, una volta che questo passaggio - di per sé quantomeno sui generis - c’era stato, l’ex pm di Mani Pulite avrebbe potuto vedersela con l’ufficio di presidenza. Non sottobanco, ma con un atto ufficiale. Invece, sostiene la procura di Brescia, cosa ha fatto? Li ha dati in mano al vicepresidente David Ermini che, “ritenendoli irricevibili li ha distrutti” e ne ha parlato con i vertici della Cassazione e con un numero imprecisato di consiglieri del Csm. Alla faccia del segreto d’ufficio, verrebbe da dire.

Il legale di Davigo ha fatto sapere che commenterà solo dopo aver letto tutte le carte. Se sarà rinviato a giudizio, il magistrato in pensione potrà spiegare le sue ragioni e godere, come tutti, del diritto di difesa. Non si può, però, non registrare la singolarità della vicenda. Il grande accusatore che diventa accusato. Il fautore della teoria, tutt’oggi sostenuta, secondo la quale “l’innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca”, forse approfitterà dell’occasione di trovarsi di fronte a un giudice per provare a dimostrare che quella teoria - come tutte - ha un’eccezione. La sua.

L’altra vicenda è meno nota, ma altrettanto complessa e spinosa. Tutti ricorderanno l’inchiesta della procura di Milano sulle presunte tangenti dell’Eni in Nigeria. Pochi ricorderanno come è finito il primo grado: tutti assolti. Spulciando le motivazioni della sentenza di assoluzione c’era un passaggio che avrà fatto rabbrividire qualcuno, e portato la procura di Brescia a indagare su De Pasquale e Spadaro. Secondo il giudice di primo grado, infatti, i pm hanno nascosto alla difesa delle prove che sarebbero andate a favore degli imputati. In particolare hanno omesso di rendere nota una registrazione in cui Vincenzo Armanna - coimputato e grande accusatore - pianificava di screditare i vertici Eni. Bene, De Pasquale ha ammesso anche in dibattimento di essere a conoscenza di questa prova, ma di non averla prodotta “perché ritenuta irrilevante”.


Peccato che, lo dice il giudice, tanto irrilevante non era. E che la procura, che sostiene l’accusa in giudizio, ha il dovere di raccogliere le prove a carico degli imputati e di fare accertamenti su fatti che possano alleggerire la loro posizione, se emergono nel corso delle indagini. Lo dice la legge, non qualche teoria minoritaria rinvenibile solo nelle note dei manuali di procedura penale. Di quella che secondo De Pasquale è stata una scelta e secondo la procura di Brescia rifiuto d’atti d’ufficio, i due pm dovranno rispondere davanti a un giudice e tempo, spazio e modo per addurre le loro ragioni. La giustizia farà il suo corso, certamente. Noi, intanto, alla procura di Milano auguriamo tempi migliori.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Leggi anche...

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli