Manovra, amore Di Maio-Tria dopo le tensioni: è la 'manina' dello spread

Alessandro Banfo
Manovra, amore Di Maio-Tria dopo le tensioni: è la 'manina' dello spread

Cinque mesi dietro le barricate, senza mai dare l'impressione di apprezzarsi reciprocamente davvero. Oltre centocinquanta giorni passati tra decine di vertici a Palazzo Chigi, con momenti drammatici che avrebbero potuto sfociare in rotture clamorose. Ora però alla vigilia del giudizio dell'Ue sulla manovra italiana, è scoppiato il sereno tra Luigi e Giovanni.

Luigi è Di Maio, vicepremier e capo politico del M5S, mentre il secondo è Tria, 70enne docente di Tor Vergata dal 1 giugno titolare di Via XX Settembre. "Devo fare i complimenti al ministro, sta portando avanti questa legge di Bilancio con grande convinzione e sta combattendo come un leone", è la frase quasi spiazzante che il ministro di Sviluppo economico e Lavoro pronuncia davanti ai cronisti 24 ore dopo il blitz del prof all'Eurogruppo. In effetti, davanti ai big di Bruxelles, la difesa della manovra italiana è stata decisa, perché il 2,4% di deficit "non influenza lo spread". Sembra passato un secolo, perché a fine settembre proprio su quel famoso 'numerino' Tria era stato ad un passo dal dimettersi, stritolato dalla morsa M5S-Lega e costretto a cedere per votare una crisi di governo.

Ma cosa è cambiato davvero nei rapporti M5S-MEF? Il colpevole sembra solo uno: lo spread. Nelle ultime settimane, come hanno ribadito vari osservatori internazionali, le frizioni all'interno al governo hanno preoccupato i mercati, con con il differenziale Btp-Bund schizzato oltre 320 punti base. Una febbre continua per la solidità del nostro Paese, che a lungo andare può mettere a rischio anche il mondo del credito. Ecco allora che il mondo pentastellato ha deciso per il momento di cambiare marcia: basta picconate a Tria, ma anzi parole ufficiali di sostegno per convincere della bontà dell'azione di governo non tanto l'Ue, ma soprattuto gli investitori. Perché, come ha ribadito Di Maio, "Conte e Tria stanno facendo un ottimo lavoro di tentativo di mediazione".

Bisogna dire, a onore del vero, che il rapporto tra la principale forza di governo e il professore romano non è nato tra i migliori auspici. Pochi giorni prima della formazione del governo Conte, Tria non aveva nemmeno tanto velatamente criticato il contratto Lega-M5s proprio per la sua vaghezza in termini di coperture. Tanto che in prima battuta anche Salvini puntava su Paolo Savona come titolare del'Economia, prima del 'niet' di Sergio Mattarella. Proprio il Quirinale è stato uno dei primi sostenitori dell'attuale ministro, convinto che la sua pacatezza e le sue teorie econometriche più vicine al pensiero di Padoan potessero essere un buon cuscinetto davanti al movimentismo giallo-verde. I primi scricchioli ci sono stati subito, quando Tria aveva posto dei dubbi sulla fattibilità del combinato reddito-cittadinanza-quota 100-pace fiscale. Di Maio aveva risposto in maniera decisa: "Trovi le risorse". Poi il M5S si era scagliato contro i tecnici del Mef, colpevoli di 'frenare' il cambiamento; nel mirino era finito anche il capo di gabinetto del ministero dell'Economia, Roberto Garofoli, per un emendamento sui fondi alla Croce Rossa, misura inserita nel testo della Legge di Bilancio senza che Conte, Di Maio e Salvini ne sapessero niente. Norma e polemica furente erano rientrati, le stilettate tra le due parti no. È vero, l'ok al 2,4% era arrivato e sancito dalla festa dal balcone del leader pentastellato è vero, ma non senza che l'addio di Tria fosse sembrato davvero imminente.. Ora che la tempesta è alle porte, è opportuno cambiare: è meglio per tutti chiudersi a 'testuggine'.