Dopo 30 ore e mille tensioni, accordo finale sulla manovra

Giuseppe Colombo
Governo

C’è un’immagine che spiega bene quanto divisivo, esasperato e schizofrenico sia stato l’ultimo miglio della manovra. È il tavolo di palazzo Chigi intorno al quale si sono seduti tutti i rappresentanti della maggioranza. Le sedie sono rimaste occupate di giorno e di notte, qualcuno le ha anche sbattute. Tra il Pd e i renziani si è arrivati quasi agli insulti. Su quel tavolo si sono scaricati tensioni, veti, diktat, minacce e numeri. Per 28 ore di fila. Perché tanto è durata, tra trattative e pause, la maratona scatenata da Italia Viva, che ha imposto al resto del governo di riscrivere l’intesa sulle tasse. Alle dieci di sera Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri si presentano in sala stampa. I visi sono tirati dalla stanchezza. Con un colpo di reni il premier annuncia l’intesa. La traccia è quella del compromesso, che spolpa e rinvia misure caratterizzanti. Prevale la ragione di governo, la necessità di evitare una crisi brandita da Matteo Renzi attraverso una parola: il voto. 

Il punto di caduta dice che la tassa sulla plastica sarà ridotta ancora, questa volta dell′85%, ed entrerà in vigore a luglio, non a gennaio. La sugar tax scatterà solo da ottobre. Quella sulle auto aziendali scompare. Conte prova a metterci il cappello dell’impegno e di un risultato finale strappato tenendo insieme Pd, 5 stelle, Italia Viva e Leu: “Nessuno dica più che siamo il governo delle tasse”. Lo rivendica, il premier, e non è un caso perché il senso dell’arrembaggio che hanno lanciato i renziani, la questione politica al centro del negoziato infinito, è questa: la potestà del taglio delle tasse. Conte, Gualtieri, Renzi: passa da questa triangolazione molta della tensione politica che ha animato i lavori, ma anche i litigi, del tavolo di palazzo Chigi. L’asse tra il premier e il ministro dell’Economia da una parte, il leader di Italia Viva dall’altra. I grillini in mezzo, con un’azione di disturbo più defilata ma ugualmente incisiva perché...

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