Mappatura di uno sciopero generale

·8 minuto per la lettura
Una veduta di piazza del Popolo in occasione della manifestazione
Una veduta di piazza del Popolo in occasione della manifestazione

In una Piazza del Popolo piena, come piena può essere con una pandemia in corso, quindi con le mascherine, il green pass e soprattutto il distanziamento, il malessere sociale si vede. È lo striscione con la scritta “Insorgiamo” del collettivo di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio, la storia simbolo dei licenziamenti selvaggi e delle delocalizzazioni, ma anche le biciclette dei rider, i volti tirati dei pensionati, i navigator, gli operai delle imprese che hanno tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico da mesi, se non da anni. Eppure la formula riuscita e di certo non proibitiva delle cinque piazze piene, da Roma a Palermo (piazze non immense perché nella Capitale altra cosa è quella di San Giovanni o il Circo Massimo) non basta a dare il segno dell’impatto dello sciopero generale di Cgil e Uil.

E anche i dati, che arrivano cinque ore dopo i comizi di Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri, restituiscono un quadro evanescente perché le percentuali bulgare dei sindacati - una media dell′85% in molte realtà - sono sfasate rispetto alla percezione di chi ha preso un treno invece che timbrare il badge per entrare in azienda. L’adesione a livello nazionale stimata da Confindustria (meno del 5%), ma anche le stime di Fs e delle aziende del trasporto pubblico locale che parlano di una regolarità del servizio, al netto di minuscoli e impercettibili disagi, lasciano un margine di dubbio che tiene lo sciopero fuori dal giudizio binario flop/successo.

Lo sciopero monco

La mappa dello sciopero deve partire da una premessa e cioè che l’aggettivo generale è inappropriato. Per diverse ragioni: perché la scuola ha scioperato il 10 dicembre, perché i sindacati hanno voluto tenere medici e infermieri fuori dalla protesta vista l’emergenza Covid e la necessità di spingere la campagna vaccinale. Ancora perché altri servizi vanno garantiti e quindi i lavoratori del settore igiene ambientale e i dipendenti delle Poste si sono recati regolarmente al lavoro. Non hanno scioperato neanche i giornali. Il perimetro delimitato non è un elemento tale da sminuire il senso della valutazione dell’impatto della mobilitazione, semplicemente i conti vanno fatti su una platea più ridotta.

Dentro le imprese. I sindacati: “Una media dell′85% in molti settori”. Ma per Confindustria l’adesione è sotto al 5%

Cgil e Uil parlano di “una media dell′85% in molte realtà e in alcuni settori interessati dallo stop” anche in relazione alle imprese. Considerando che il bacino dei dipendenti pubblici, già molto esiguo (3,2 milioni), non deve tenere in considerazione i comparti maggiori (scuola e sanità), è l’ambito del lavoro privato a costituire la fetta più grande su cui determinare il peso della protesta. Per Confindustria, però, l’adesione a livello nazionale nelle imprese che aderiscono al circuito (oltre 150mila, con 5,4 milioni di lavoratori) è stata inferiore al 5 per cento. A Padova e Treviso, due tra le province più industrializzate del Paese, non si è arrivati al 10 per cento.

Lo zoccolo duro della protesta: i metalmeccanici. Dall’acciaio alla transizione green dell’automotive

Le tute blu sono da sempre il bacino più florido della protesta. Il dato aggregato dei sindacati parla di un’adesione dell′80 per cento. Dietro il dato numerico non inedito si cela un malcontento che monta sulla trasversalità della crisi di molti settori. Alle Acciaierie d’Italia di Genova ha scioperato il 70% dei lavoratori: non c’è solo il difficile processo di rilancio dell’ex stabilimento Ilva, ma anche il peso legato alla carenza delle materie prime. Così come l’alto tasso alla Lamborghini di Bologna (90% tra gli operai, 60% tra gli impiegati) tiene dentro le ragioni dello sciopero che guardano alla difficile transizione green che passa attraverso lo stop ai motori a combustione. Ma in questo bacino ci sono anche le crisi aziendali che hanno a che fare con modalità last minute, come i 270 licenziamenti annunciati alla Caterpillar di Jesi nel giorno in cui era attesa la stabilizzazione di alcuni precari.

Il bacino dell’elettrodomestico che soffre la carenza dei chip

Il 70% di braccia incrociate alla Electrolux di Pordenone tira in ballo gli elettrodomestici che stanno soffrendo la carenza dei chip. Ma l’elettrodomestico, fortissimo nel distretto marchigiano di Fabriano, è interessato da un tasso di partecipazione elevatissimo anche alla Whirlpool (80%), a Elica (75%) e alla Ariston Cerreto (95%).

Il balletto delle stime sui trasporti. Treni regolari, sulle autostrade adesione al 15%

I trasporti erano uno dei banchi di prova più importanti di questo sciopero visto il bacino ristretto e soprattutto alla luce dell’eterogeneità del comparto: dentro ci sono il trasporto pubblico locale (bus, tram, metro e treni metropolitani), ma anche le autostrade, le navi, i traghetti, gli autotrasportatori, gli addetti alla logistica, i corrieri espressi, gli addetti delle cooperative di facchinaggio e i rider che consegnano il cibo a domicilio.

I sindacati riferiscono di adesioni “mediamente alte” su tutto il territorio nazionale, con una percentuale superiore al 60 per cento. Scendendo nel dettaglio parlano di una percentuale media oltre il 70% sui bus delle principali città e di oltre il 60% nella logistica e nel trasporto merci. Atac, l’azienda romana dei trasporti pubblici, dice che la partecipazione è stata però molto più ridotta (il 30%) e per l’Atm di Milano il servizio è proseguito regolarmente in metropolitana e in superficie, al netto di alcuni rallentamenti dovuti alle deviazioni per la manifestazione a piazza Castello. A Napoli, l’Eav parla di un dato di adesione nelle linee che collegano il capoluogo all’hinterland di circa 110 agenti, inferiore al 10 per cento.

Per quanto riguarda i treni, Cgil e Uil scrivono in una nota che c’è stata “una buona adesione in RFI, nelle officine di manutenzione, in Italo e negli appalti ferroviari”. Ma da Fs fanno sapere che le Frecce sono state garantite al 100% e che ci sono state solamente poche cancellazioni di treni Intercity e regionali: hanno viaggiato regolarmente almeno nove su dieci. La tara di questi numeri dice che il servizio non ha subito disservizi, i treni sono partiti e arrivati in orario, i disagi per i passeggeri sono stati praticamente impercettibili. Anche l’operatività delle autostrade non è stata compromessa: sulla rete gestita da Autostrade per l’Italia a scioperare è stato circa il 15% dei turnisti (in tutti i turni) e poco più del 5% di chi lavora negli uffici.

Gomma-plastica e agroindustria: percentuali sopra l′85 per cento. Gli edili toccano punte del 100%

Nel settore dell’agroindustria adesioni dell′85% alla Parmareggio di Modena e alla Levoni di Mantova, del 100% a La Doria di Salerno e nello stabilimento Conserve Italia di Ravenna. E ancora,91% alla Pastificio Granoro di Bari, 87% alla Sammontana di Firenze e 85% alla Heinz di Latina.

Nella gomma plastica si va dall′85% della Michelin Italia all’oltre 90% della Pirelli di Settimo Torinese. Anche il tessile ingloba una protesta consistente: si va dall′80% della Fila di Firenze al 70% de La Perla Manifacturing. Alla centrale Enel di Civitavecchia adesione al 60%, come all’Acea di Roma. Numeri significativi anche nel settore edile, con punte del 100% in molte realtà, tra cui la Ibl di Alessandria (settore legno), l’Edilcoop di Bologna, la Baraclit di Arezzo e la Ferretto di Rimini. Nei settori del commercio e dei servizi adesione tra il 60 e l′80%, con punte del 90. Alla Coop adesione media del 60%, con punte dell′80; dal 50 al 70 % alla Carrefour; del 40% Zara e del 45% nei Mc Donald.

La protesta dei lavoratori somministrati

Sono quei lavoratori che l’azienda non assume direttamente, ma tramite un’agenzia. Alla Fincantieri di Marghera hanno incrociato le braccia il 75% di loro, il 90% alla Effer di Taranto, il 100% al porto di Genova. Per i somministrati delle prefetture, delle Questure e dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, la partecipazione media è stata del 60%, con punte del 90% e la chiusura degli sportelli.

Come andò l’ultimo sciopero generale (quello contro il Jobs Act)

Sette anni fa - il 12 dicembre del 2014 - l’ultimo sciopero generale. Promosso da Cgil e Uil, insieme all’Ugl, ma come quello di oggi senza la Cisl. Anche allora si protestava contro la manovra, ma anche contro la riforma della Pubblica amministrazione e soprattutto contro il Jobs Act, le norme sul lavoro volute dal governo guidato da Matteo Renzi. Le adesioni, secondo le stime dei sindacati, andarono oltre il 60%, con il 50% dei treni e degli aerei fermi, l′80% dei bus nei depositi. Anche allora le aziende dei trasporti riferirono altri dati (per Fs circolò il 96% dei treni a media-lunga percorrenza e il 73% di quelli regionali). Sempre Cgil e Uil rivendicarono di aver portato nelle 54 piazze dello sciopero circa 1 milione e mezzo di lavoratori. Erano altri tempi, non c’era il Covid. E lo sciopero era generale davvero perché parteciparono tutti i settori, sanità e scuola inclusi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli