Marcia su Roma, Altaforte ridà voce a Mussolini: esce l'antologia di scritti e discorsi del 1922

(Adnkronos) - A cento anni dalla marcia su Roma Altaforte ridà voce all’attore principale di quegli eventi, Benito Mussolini. Che cosa volevano davvero le camicie nere? Per che cosa combattevano? Quali erano i loro sogni e le loro aspirazioni? Qual era il contesto in cui agirono? Sono queste le domande a cui prova a rispondere "1922: la mia marcia. Scritti e discorsi della Rivoluzione fascista" (pp. 186, 15 euro). Scrive Valerio Benedetti nel saggio che accompagna l'antologia: "Sono passati esattamente cento anni dalla celebre marcia su Roma, allorché decine di migliaia di fascisti presero la via della capitale per conquistare il potere. Eppure, malgrado sia ormai trascorso un secolo, in tutti gli ambienti semicolti d’Italia continuano a circolare interpretazioni deformate o addirittura irridenti di quegli eventi. E la lettura più gettonata è quella che descrive la marcia su Roma come un qualcosa a metà strada tra una passeggiata domenicale e un mero colpo di teatro. Peccato solo che le cose non stiano affatto così".

Questa antologia di testi aiuta a comprendere perché la vittoria delle camicie nere non arrivò per caso. "La chiave per leggere le intenzioni mussoliniane è in buona parte proprio nei suoi scritti - scrive Fabrizio Vincenti nell'introduzione del libro di Altaforte - A ben guardare, il suo progetto, seguendo la sua prosa, appare rintracciabile addirittura già dal 1919. Quanto all’epilogo davvero sincopato della Marcia su Roma, nelle uscite pubbliche – e lo si potrà leggere in molti degli articoli riportati nel volume – Mussolini oscilla tra la via legalitaria e quella rivoluzionaria. Si augura la prima, ma non esclude mai la seconda in un gioco psicologico ben congegnato. Minaccia e lusinga. Si professa intransigente e poco dopo malleabile. Non esclude nulla. Di fatto, spiazzando gli avversari e spesso anche gli amici. Ascolta tutti e decide lui; apre canali con molti esponenti del regime democratico ormai in putrefazione, li disorienta. Dimostra un’abilità da giocatore di poker consumato, facendosi beffa di tutti i suoi principali rivali, da Giolitti a Salandra, da Nitti a Facta, per finire con Orlando".

"Dal suo punto di vista, Mussolini aveva ragione: senza l’insurrezione, il colpo di Stato non sarebbe stato possibile - si legge ancora nel saggio di Benedetti - Fu proprio la mobilitazione armata delle camicie nere a fornire una forza contrattuale dirompente alle trattative che il Duce stava conducendo da Milano. È questa la caratteristica originale della marcia su Roma nella lunga storia dei colpi di Stato: una rivoluzione che si dipana sul doppio binario del negoziato e della sedizione. L’uno aveva bisogno dell’altra, necessariamente: senza le 300mila camicie nere che si erano impadronite dell’Italia centro-settentrionale, le trattative non sarebbero state così efficaci; senza i negoziati 'legalitari' con il re e la classe dirigente, il timore nutrito per le masse armate di fascisti avrebbe forse spinto le autorità a un colpo di coda dettato dalla disperazione".