“Marco è stato ucciso". La terza inchiesta sulla fine di Pantani parte dalle parole di un ex pusher

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Marco Pantani, Mercatone Uno. (Photo by Lars Ronbog/FrontzoneSport via Getty Images) (Photo: Lars Ronbog via Getty Images)
Marco Pantani, Mercatone Uno. (Photo by Lars Ronbog/FrontzoneSport via Getty Images) (Photo: Lars Ronbog via Getty Images)

Il residence “Le rose” sul lungomare di Rimini dove è stato trovato morto la sera di San Valentino del 2004 non esiste più. Abbattuto nel 2009 e ricostruito come “Hotel suites” con lussuosa Spa, non ha più nulla in comune con l’edificio anonimo di allora. Ma quando i giornali e le tv tornano a occuparsi di Marco Pantani si riparte sempre da quella pensione e dalla stanza D5. La Procura di Rimini ha infatti aperto la terza inchiesta sulla morte del ciclista romagnolo. Si indaga contro ignoti con l’accusa di omicidio. Le prime due si sono chiuse con l’archiviazione. Questa volta a rimettere in moto le indagini è stata la commissione parlamentare Antimafia, che ha inviato ai magistrati riminesi una relazione. L’elemento considerato rilevante è l’audizione, in parte secretata, dell’ex pusher Fabio Miradossa, che già aveva patteggiato nel 2005 al processo dove era imputato per spaccio e morte come conseguenza di altro reato. “Marco è stato ucciso, l’ho conosciuto 5-6 mesi prima che morisse e di certo non mi è sembrata una persona che si voleva uccidere. Era perennemente alla ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, ha sempre detto che non si era dopato”, spiega in commissione nel gennaio 2020.

Le parole di Miradossa riportano alla data in cui probabilmente Pantani comincia a morire dentro scivolando a poco a poco in un gelido vuoto esistenziale: il 5 giugno 1999. “Il pirata” è il ciclista più famoso del mondo e l’estate dell’anno prima ha vinto sia il Giro d’Italia sia il Tour de France. Si tratta di quelle imprese che riescono solo ai predestinati e da allora non ci è riuscito più nessuno. Ma la mattina del 5 giugno da Madonna di Campiglio arriva la notizia che Pantani non partirà con il gruppo. Mancano solo due tappe alla fine del Giro che lo avrebbe consacrato di nuovo maglia rosa. Invece il ricordo che conserviamo di quel Giro è il volto di Pantani frastornato con indosso una felpa grigia. Intorno a lui un folto gruppo di giornalisti e fotoreporter lo assediano, quasi lo braccano. In quel momento non ha né la forza né l’amata bicicletta per fare quello che gli riesce meglio: staccare il gruppo davanti alla salita. Nel controllo antidoping a cui è stato sottoposto infatti il valore dell’ematocrito nel sangue è risultato più alto del consentito. Per lui arriva la squalifica e l’abbandono della corsa. “Mi sono rialzato da tante disgrazie, da incidenti tremendi, ma questa volta non mi rialzerò più”, commenta.

E così è. Pantani non si rialzerà più dalla forte depressione per quei controlli antidoping su cui tanto si è discusso e ricamato e che però non hanno rilevato alcuna scorrettezza in chi li ha fatti. La sua carriera sportiva tramonterà insieme a lui senza però lasciare agli appassionati delle due ruote qualche acuto, come la vittoria di tappa al Tour sul Mont Ventoux, la montagna maledetta. È il 13 luglio del 2000 e mancano nemmeno 4 anni alla sua morte. Pantani spera nell’ennesima rinascita ma fino a quel momento non ha retto l’urto di altri colleghi più veloci, anche in montagna. Ma man mano che si sale per arrivare ai quasi 2mila metri del Ventoux dove il paesaggio è quasi spettrale, il Pirata, con il suo metro e 72 di altezza 57 chili di peso, si alza sui pedali per raggiungere il gruppetto in fuga, staccarlo e arrivare in volata, battendolo, l’allora campione americano Lance Armstrong. Proprio quell’Armstrong che tempo dopo dirà di averlo lasciato vincere, ma qua il ciclismo conta poco, conta la classe e se uno non ce l’ha mica se la può dare.

Si scivola così al 14 febbraio 2004, quando Pantani viene trovato morto a Rimini. “Se n’è andato” titola la Gazzetta dello Sport che tante volte lo aveva celebrato. Cominciano a uscire voci e ricostruzioni fuori controllo della sua vita negli ultimi tempi. Marco ormai dipendente dalla cocaina e circondato da soggetti di dubbia fama che lo cercano per rifornirlo di polvere bianca e spillargli sempre più denaro. Marco che si aggira per i locali e le discoteche della riviera romagnola sempre più depresso e isolato. Delle sue imprese sportive pian piano si smette di parlare. Il pirata è diventato protagonista ormai di una storia che con lo sport non c’entra, ma che invece incrocerà la cronaca nera e giudiziaria virando sul più classico mistero italiano.

Non che manchino dubbi e ombre su quello che è successo davvero nel giorno di San Valentino di 17 anni fa. Nelle due inchieste archiviate si è spesso sottolineato lo stato di confusione regnante nella stanza di Pantani come da video girato dalla polizia arrivata sul posto. Da ricordare anche le telefonate fatte da Pantani alla reception tra le 10.30 e le 11. L’ex ciclista parla della presenza di persone che lo infastidiscono chiedendo di chiamare i carabinieri. Ma nessuno entrerà nella stanza. Non si è mai fermata mamma Tonina, convinta che il suo Marco non sia morto da solo. E in tutti questi anni ha puntato il dito contro il giro di spacciatori che frequentava il figlio e che magari aveva paura venisse a galla qualcosa di scomodo. Per non parlare poi delle rivelazioni di Renato Vallanzasca. Il bel Renè boss della Comasina, nel libro “Il fiore del male, racconta di aver avuto una soffiata in carcere sull’affaire Pantani proprio pochi giorni prima della squalifica a Madonna di Campiglio, nel 1999. Il consiglio da parte di un altro detenuto era di scommettere contro la vittoria del “pelatino” perché tanto sarebbe stato squalificato. Rivelazione che fa nascere un’inchiesta della Procura di Forlì sul presunto intervento della camorra nella squalifica di Pantani. Mentre l’ultima indagine per omicidio, riaperta sempre su impulso dei familiari, si chiude nel 2016 con il gip che ritiene senza senza fondamento l’ipotesi di un assassinio del ciclista romagnolo. Morte che fino a oggi, è stato concluso dagli inquirenti, sarebbe arrivata per un’azione prevalente di psicofarmaci, appunto, così da far pensare più a una condotta suicida, che a un’overdose accidentale. Mentre è stata fin qui sempre esclusa l’ipotesi di un’assunzione sotto costrizione.

Oggi c’è una nuova inchiesta, la terza. La madre di Pantani è stata sentita per due ore in Procura dal pm Luca Bertuzzi, accompagnata dai legali Fiorenzo e Alberto Alessi. “Mamma Tonina chiede di capire una volta per tutte se il figlio è morto per un mix di antidepressivi con la cocaina assunta precedentemente, oppure se ci sono altri motivi”, spiega l’avvocato riferendosi alle conclusioni delle ultime consulenze medico-legali. Rimane l’attesa per sapere se sia arrivato il momento di scrivere la parola fine a questa triste vicenda. E magari tornare a ricordare Pantani per le sue scalate che hanno fatto emozionare anche i non appassionati di ciclismo, qualità riservata davvero a pochi campioni.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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