Marco Tardelli: "Myrta Merlino è l'amore della mia vita. L’urlo Mundial? Da lì rinacque il Paese"

Ilaria Betti
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(Photo: Elisabetta Villa via Getty Images)
(Photo: Elisabetta Villa via Getty Images)

Marco Tardelli, l’ex calciatore, divenuto un’icona per “l’urlo Mundial” di sette secondi durante il Mondiale dell″82 a Madrid, è legato sentimentalmente alla giornalista e conduttrice Myrta Merlino. In un’intervista al Corriere della Sera, il campione parla di lei come dell’“amore della sua vita”.

″È stata a lungo un’amica. Poi, quattro anni fa, tutto è cambiato. È l’amore della mia vita: un legame molto profondo. Mai avuto un rapporto così maturo e consapevole. Myrta è una donna solida: mi ha aiutato a crescere. Detto alla mia età può far ridere, anche perché io sono più grande di lei, ma è così. Spero di aver fatto lo stesso con Myrta”.

Tardelli non ha paura di ammettere di essere geloso, anzi. Si definisce “insicuro”, “timido e chiuso”. E afferma di stare bene solo tra i suoi ulivi di Pantelleria, come suo padre che quando tornava dal lavoro faceva l’orto. Oggi, a 66 anni, è un padre e un nonno felice. E non rinnega il suo passato, neanche il flirt con Moana Pozzi.

“Non rinnego niente. Ma non mi sembra più il caso di parlarne. È passato tantissimo tempo e poi lei non c’è più”.

Difficile parlare di Tardelli senza parlare del mitico secondo gol azzurro di Italia-Germania 3-1.

“Quell’urlo, quel gol, quella vittoria insomma, segnarono simbolicamente una rinascita dell’Italia. Alle spalle c’erano gli anni del terrorismo, i morti, gli scandali. Fu l’inizio di un riscatto. Lo sport, quello buono, serve anche a questo”.

Che dire del calcio di oggi? Tardelli ammette di non frequentare gli stadi per la troppa violenza e la troppa rabbia di chi li frequenta. E per gli episodi di razzismo.

“C’è un solo modo: fermare il gioco, la squadra tutta seduta per terra, e arrivederci. Non ci sono soldi che tengano, non c’è business. O fai così o è finita. Mi ricorderò per tutta la vita un metodo inglese. Ero in tribuna per una partita, fumavo il sigaro. Si avvicinò, in silenzio e garbatamente, un tipo tutto vestito di giallo con in mano un cartello ben visibile: “Don’t smoke”. Non mi sono mai vergognato tanto. Smisi subito. Ecco, servono metodi così”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.